Gioco
La metamorfosi della cava: da bomba a zona sostenibile
Nella prima consulenza «grave pericolo idrogeologico» Ma per i periti del giudice nessun rischio, basta monitorare
LIVORNO. Da bomba a orologeria, capace di cambiare per sempre, e in peggio, la conformazione idrogeologica e morfologica di monte La Poggia con conseguenze ambientali catastrofiche, anche per le persone, a cava verde: conforme al piano strutturale del Comune e con un impatto ambientale sostenibile dove gli eventuali rischi, in ogni caso irrilevanti, possono essere azzerati attraverso un monitoraggio frequente della zona.
È questa la metamorfosi che la discarica del Limoncino ha attraversato nella guerra delle consulenze tecniche firmate prima degli esperti nominati dal pubblico ministero e poi da quelli del giudice. Un percorso che si è compiuto tra il 19 ottobre 2011, giorno in cui il giudice per le indagini preliminari Beatrice Dani ha firmato il decreto di sequestro preventivo, al 14 febbraio scorso quando in aula è iniziato il processo nei confronti di proprietà, professionisti e dipendenti pubblici, finito con quattro assoluzione e l’obbligo di togliere i sigilli dalla zona.
Spiegava, dopo la lettura della sentenza uno dei legali che lunedì erano in aula. «Questi processi ormai sono nelle mani degli esperti».
Ecco perché per raccontare l’esito del procedimento penale, in attesa delle motivazioni che il giudice depositerà entro 90 giorni, è necessario mettere a confronto le conclusioni alle quali sono arrivati in prima battuta Brunella Raco e Matteo Lelli, dell’istituto di Geoscienze e Georisorse del consiglio nazionale delle ricerche di Pisa, nominati dall’allora titolare dell’inchiesta, il sostituto procuratore Filippo Maffeo, e successivamente dall’ingegner Giuseppe Filauro e il geologo Francesco Cipolla, ai quali il giudice Gioacchino Trovato, il 7 giugno scorso ha affidato il compito di rispondere a quattro quesiti chiave.
Nella prima consulenza si legge che «dai rilievi effettuati e dalla documentazione esaminata risulta che il sito di allocazione della progettata discarica ricada in un’area soggetta a processi di erosione accelerata e nella quale sono state riscontrate chiare testimonianza di frane e altri dissesti: le condizioni di instabilità dei pendii è documentata dai processi erosivi descritti e dai fenomeni franosi e altri dissesti censiti». E ancora: «Appare pienamente giustificata la classe di massima pericolosità geomorfologica attribuita dal piano strutturale del Comune di Livorno all’area dell’ex cava destinata all’impianto di smaltimento dei rifiuti in progetto». Un quadro che il giudice sintetizza così: «In occasione messa in funzione della discarica autorizzata (sprovvista di impianto per la captazione e gestione del biogas) deve ritenersi probabile l’eventualità di esplosioni pericolose e ulteriore compromissione del’assetto geologico e ambientale».
Leggendo i risultati della perizia chiesta dal giudice il quadro cambia completamente. Quattro i quesiti a cui gli esperti hanno dovuto rispondere. Il tema centrale riguardava se l’esecuzione del progetto potesse o meno determinare un depauperamento delle risorse idriche sotterranee. Ecco, sulla base di quanto rilevato «i consulenti tecnici ritengono che non sussistono elementi per supportare un’ipotesi di depauperamento delle risorse idriche, se non in termini puramente ipotetici e qualitativi».
Infine sulla produzione di biogas e sulla eventuale gestione i periti concludono «positivamente circa l’adeguatezza del progetto autorizzato per la discarica, quanto alla possibilità di produzione di biogas; i periti al contempo raccomandano, di incrementare le frequenze di monitoraggio da semestrale a trimestrale (mediante il metodo della “camera di accumulo”) dei flussi e della qualità del biogas prodotto».
(f.l.)
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