Il Tirreno

Livorno

«Discarica aperta entro l’anno» Intervista ai cugini Bellabarba

di Federico Lazzotti
«Discarica aperta entro l’anno» Intervista ai cugini Bellabarba

Dopo la sentenza di assoluzione parlano i propietari della cava del Limoncino: ora la Procura indaghi sulle case abusive sul monte La Poggia

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LIVORNO. Paolo e Federico Bellabarba, cugini, imprenditori e proprietari della discarica delle discordia sul monte La Poggia passeggiano sul lungomare senza riuscire ancora a guardare l’orizzonte. Eppure da lunedì sera la loro vita, non solo quella professionale, dopo due anni e mezzo di ombre e immobilismo, è tornata ad avere un futuro: assolti dall’abuso d’ufficio in concorso con professionisti e dipendenti pubblici e dai reati ambientali, questa mattina o al massimo domani, torneranno in possesso della cava sequestrata dai carabinieri il 20 ottobre 2011.

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«Da questa storia - dicono in coro - ne usciamo comunque abbattuti e con le ossa rotte: prima avevamo 80 dipendenti e ordini per 12 milioni di euro, ora abbiamo presentato una richiesta di concordato al 70% per debiti intorno ai 10 milioni. E adesso quando andiamo in banca suona l’allarme non perché siamo armati ma dai soldi che dobbiamo restituire. In parole povere la nostra azienda è andata in fiamme. Ma se ci rialzeremo e crediamo di riuscirci, i primi che cercheremo di aiutare saranno i nostri dipendenti a cui il 20 aprile scadrà la cassa integrazione straordinaria che non potrà essere rinnovata».

L’obiettivo è quello di aprire la discarica del Limoncino?

«La nostra speranza è di aprire entro la fine dell’anno. Ma l’assoluzione di lunedì non basta, è solo il primo passo. Perché avere la cava a disposizione senza poter percorrere con i camion la strada che ci arriva non ha senso, è una beffa. Come ce li portiamo i materiali: con l’elicottero? Ecco perché sarà decisivo l’appello che i nostri legali hanno presentato in merito alla sentenza Urgese - secondo noi ingiusta - che ha disposto l’uso privato di quel tratto. Se anche questa causa andrà a buon fine allora la nostra macchina potrà piano piano rimettersi in moto, ovviamente ripartiremo dalla prima marcia, per poi inserire la seconda e la terza».

In che modo?

«Come abbiamo sempre fatto: attraverso il lavoro e il sacrificio. Perché è bene chiarirlo: la ditta Bellabarba non ha mai campato di rendita. Non abbiamo mai avuto i palazzi al sole. I nostri genitori si sono fatti il mazzo. E i lavori ce li hanno sempre assegnati non perché eravamo ammanicati con la politica, ma perché le nostre opere stradali erano migliori della concorrenza e a un prezzo più competitivo».

 

Nel 2006 è nata l’idea di trasformare la cava in discarica.

«Siamo imprenditori. La cava era arrivata all’esaurimento per quello che riguarda la possibilità di estrazione, così abbiamo pensato di trasformarla. Potevamo metterci un impianto eolico, oppure i pannelli solari. Alla fine abbiamo deciso di ricoprirla con materiali inerti. Ma una cosa che nessuno ha mai detto è che noi al Limoncino siamo proprietari di 134 ettari di terreno. E la discarica ne occupa solo 4 e mezzo, un fazzoletto rispetto al totale. Dunque siamo i primi a tenere alla salute della collina».

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Poi è servito un investimento per la trasformazione.

«In totale ci abbiamo messo 6 milioni di euro: 3 li avevamo, l’altra metà li abbiamo chiesti alle banche. All’apice dell’esposizione debitoria abbiamo chiesto il collaudo del sito per partire dopo aver ottenuto tutte le autorizzazioni, ma qualche giorno prima che i tecnici della Provincia venissero è arrivato il sequestro dell’area».

Il rischio secondo i consulenti della Procura è che i rifiuti potessero produrre gas ed esplodere.

«L’autorizzazione che ci hanno dato è per materiali inerti con contenuto organico tra il 3 e il 5 per cento. Praticamente nulla. Infatti su sei consulenze che sono state fatte dagli esperti in questi anni, solo una ci ha dato torto»

E il pericolo frane?

«Come ha spiegato il nostro avvocato al giudice, negli ultimi mesi a causa delle piogge solo in Toscana ci sono state decine di crolli, l’ultimo quello a Volterra. Ecco, la zona della cava, nonostante sia vuota e dunque al massimo del rischio, non ha registrato crolli o smottamenti».

I frontisti si sono lamentati del traffico di mezzi pesanti che porterebbero rifiuti alla discarica.

«Questa è un’altra barzelletta. Fino al 2006 quando la cava estrattiva era attiva, da quel tratto transitavano 150 mezzi al giorno. Con la discarica diminuirebbero e in media arriverebbero a una trentina per un periodo di cinque anni, fino alla copertura della cava e alla sua impermeabilizzazione».

Ma nonostante questo il Comitato vi ha fatto una guerra che non è ancora finita.

«Lunedì quando fuori dal tribunale abbiamo visto lo striscione con la scritta “No alla discarica” ci è venuto da ridere».

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Perché?

«Perché le vere discariche le hanno fatte loro. Il sito industriale c’è dalla fine dell’Ottocento mentre loro hanno comprato negli anni Ottanta. Da allora hanno costruito baracche di legno, trasformate in vere e proprie case abusive, in barba tutti quei cittadini che pagano le tasse: spazzatura, Imu. Al Limoncino la fognatura non c’è, dove pensate che scarichino queste persone i loro bisogni? E dire che qualche politico che cavalca la tutela dell’ambiente li difende pure in cerca di voti. A casa mia - interviene Federico - volevo fare un camino, ho fatto la Dia e i vigili sono venuti a controllare. Possibile che nessuno abbia mai controllato quelle opere abusive?».

Questo è compito della Procura.

«Esatto. Ecco perché adesso che il procedimento penale nei nostri confronti si è concluso con l’assoluzione, vorremmo che la magistratura prendesse in mano gli esposti dettagliati che abbiamo presentato per denunciare gli abusi che sono stati compiuti al Limoncino e verificare chi in questi anni ha creato delle discariche abusive e chi invece voleva solo fare il proprio lavoro onestamente».

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