Il Tirreno

Livorno

"Gente della Venezia": così racconto l’anima bella del mio quartiere ribelle

di Mauro Zucchelli
"Gente della Venezia": così racconto l’anima bella del mio quartiere ribelle

Intervista a Otello Chelli, autore del romanzo multimediale che ci porta indietro nel tempo. Pagine di atmosfera e vita quotidiana in regalo online sul Tirreno

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LIVORNO. «Eravamo un mondo a parte dentro quel mondo a parte che era Livorno. E non è un modo di dire: c'erano almeno un paio di ponti che ci separavano dal resto della città. Sì, ci sentivamo livornesi. Ma forse prima ancora aveva l'orgoglio di dirci veneziani«. Per Otello Chelli quello spirito non è solo un amarcord: anche se con i suoi racconti e i suoi romanzi è diventato il cantore di quella memoria. Come fosse un epopea: magari con il timore che il passare degli anni - semplicemente perché i protagonisti di allora non ci sono più e se ne stanno andando pure quelli che dalla loro voce hanno ascoltato episodi e situazioni - finisca per smarrirsi perfino il ricordo di quel che è stato. «Figurarsi che ci sentivamo una specie di razza...».

Ma adesso lei, comunista da una vita, mi diventa una sorta di "leghista rosso"?

«Non equivochiamo, per favore. La nostalgia di quel sentirsi veneziani è soprattutto il rimpianto per quella vita comunitaria, quel sentirsi un "noi" che abbracciava tutti quanti. Lo sa che una volta al mese in viale Caprera i tavoli uscivano dalle case , li mettevamo per strada e mangiavamo tutti insieme. Facevamo a mezzo della miseria? Forse sì, anche se qualche volta capitava che per qualche lavoro in porto arrivasse in tavola qualcosa di meglio. Comunque, quel che ognuno aveva lo portava in tavola per dividerlo con gli altri del rione. Pensa sia mai possibile oggi?».

No. Ma mica solo in Venezia...

«È vero, ma i veneziani di una volta, quelli come me insomma, se lo ricordano: eccome se se lo ricordano. E poi i veneziani ormai sono chissà dove: come è accaduto per gli ebrei, c'è stata la diaspora».

E allora lei si sente in dovere di mettere fascine e legna sul focolare della memoria...

«Ha detto bene: in dovere. Nel senso che lo sento come un obbligo. Quel nostro mondo a parte dimostrava nei fatti che, per dirla con una frase di oggi, un altro mondo è possibile. Lo vivevamo giorno dopo giorno».

Forse però ora lo sta idealizzando come un santino...

«Forse. Con i ricordi è un po' così. Ma le posso assicurare che il cuore del discorso resta valido: c'era un senso di comunità e un senso di appartenenza che non c'era nemmeno bisogno di definirla "solidarietà", veniva di per sé come una cosa naturale. E se permette, per il mio modo di intendere la vita e i rapporti fra le persone, mi sembra un patrimonio di valori e di umanità che non deve andare perduto semplicemente perché non c'è più chi può raccontarlo».

Con tutto l'orgoglio di veneziano.

«Certo, mica sono un entomologo che sta qui a guardare l'insetto sotto il vetrino del microscopio. Questa gente, che campi ancora o che sia viva solo nei ricordi, è carne della mia carne. Non sono un osservatore, sono parte in causa. E' la mia storia e la rivendico: perché, prima ancora che "mia", è "nostra". È' una appartenenza collettiva che ha dato senso alla vita di tanti di noi».

Anche se la storia è andata da un'altra parte?

«La storia vada dove vuole: in genere la scrivono i vincitori. A me interessa raccontare questa storia che avrà la "s" minuscola, che sarà rionale e paesana. Ma è la storia in cui si rispecchiano quelli con cui ho condiviso il pane e le lacrime, il sorriso e le illusioni. Diceva padre Saglietto che noi veneziani avevamo l'orgoglio dei castigliani. Non so perché ci paragonasse ai castigliani, ma quell'orgoglio comunitario lui lo conosceva bene».

Non ne è rimasto più nulla, però: stiamo qui a parlare del trapassato remoto, come fossero le guerre puniche...

«E' vero, talvolta sembra che sia stato spazzato via tutto. Ma non è così, o forse non è del tutto così..».

Si spieghi meglio: vuol strofinare la lampada di Aladino della speranza?

«Le racconto un episodio: mio nipote ora è a Roma, ha fatto mille sport, ma quando è venuto a vedere la Coppa Barontini è rimasto stregato. Lo sa da cosa? Dalla gara dei gozzi e dall'ambiente che c'era attorno all'equipaggio del Venezia: non dev'essere un caso se ogni volta nella cantina c'è una tavolata di gente. Magari ora abitano a Colline, alle Sorgenti o a Coteto ma nell'animo si sentono veneziani. Non è per la bandiera. O meglio: è per la bandiera sì, ma perché rappresenta quel modo di essere comunità che dicevo. E poi ci sarebbe un'altra storia...».

Sempre nel segno del remo?

«Ovviamente...».

La racconti.

«Il colore del Venezia è rossobianco. Ma all'inizio era solo rosso...».

Ecco che rispunta fuori Otello il comunista...

«Vabbè, ma mi lasci raccontare. Eravamo al tempo del fascio e i vogatori erano credo a Genova per una gara. Con il loro spirio ribelle si presentano in pieno Ventennio con maglietta e pantaloncini rosso fuoco. Agli organizzatori vengono i capelli ritti. Alla fine i vogatori del Venezia avrà una fascia bianca sulla divisa per salvare le forme. Ma la voglia di ribellarsi aveva fatto capolino anche in una gara remiera».

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