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Bianchi: «Ho perso e torno a essere un massone fra tanti»

Bianchi: «Ho perso e torno a essere un massone fra tanti»

Sconfitto nel voto nazionale per la guida del Grande Oriente L’ex numero due era l’outsider fra continuisti e oppositori

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LIVORNO. Massimo Bianchi non ce l’ha fatta: il voto dei massoni del Grande Oriente non ha premiato il suo tentativo di spingere il mondo delle logge su posizioni più progressiste, più legate all’aspetto etico-valoriale e alle battaglie di civiltà. Secondo gli addetti ai lavori che conoscono quel che accade nelle logge, è rimasto stretto fra la continuità con il gran maestro uscente Raffi (impersonata da Stefano Bisi, senese) e l’opposizione interna (incarnata dal siciliano Silverio Magno).

Hanno votato in 11.490 “fratelli” su 16.059: Bisi, vicedirettore del gruppo che edita una serie di giornali locali fra Umbria, Maremma, Arezzo e Siena, ha ottenuto il 46,3% e dunque, avendo superato la soglia del 40%, non va al ballottaggio. Magno ha totalizzato il 30,1% mentre Massimo Bianchi, ex vicesindaco socialista andato a scuola dai gesuiti, ottiene 2.716 voti che gli valgono il 23,6%.

«E a questo punto, cosa succede? Niente, semplicemente le elezioni si vincono o si perdono: io stavolta le ho perse e può dispiacere ma è così e non c’è da farne chissà cosa: torno a essere semplicemente un “fratello” nella mia loggia», dice Bianchi.

Ma è chiaro che non stiamo parlando di un massone qualsiasi: Massimo Bianchi è stato per quindici anni il numero due del Grande Oriente a livello nazionale, eletto dal voto delle logge per tre volte. «Adesso o diventavo io gran maestro o era chiaro che sarei tornato al mio posto, dopo 47 anni di appartenenza e niente più. È andata com’è andata e ho finito il mio mandato: ho accolto questa cosa nel modo in cui mi sentivo, cioè con serenità». Lo ripete tenendo a precisare che «nel nostro mondo funziona così».

D’altronde, Bianchi non ha avuto tentennamenti quando è sparito il Garofano del Psi del quale si sente orfano: niente tentativi di rimettersi nel circuito delle poltronissime. Ma solo una rivendicazione: quella di esser uscito da Palazzo civico con il motorino così come c’era entrato («immaginatevi se non mi hanno squadrato ai raggi x: negli anni del ciclone di Mani Pulite ero vicesindaco socialista e massone con la delega all’urbanistica»).

Bianchi anche nell’ultima intervista al Tirreno nei giorni scorsi ha dato battaglia in nome del diritto dei massoni a non sentirsi come un corpo estraneo rispetto alla società civile: è per questo che ha fatto fuoco e fiamme contro la normativa toscana che obbliga alla dichiarazione di appartenenza («sa di oscurantismo e repressione»).

Ma il suo nome resta legato al fatto che lui personalmente ci ha sempre messo la faccia: già tanti anni fa, e senza che la dichiarazione di appartenenza fosse un obbligo, lui dichiarava apertamente la propria adesione alla massoneria. Un modo fuori dagli schemi per rapportarsi al mondo esterno in una città da sempre governata dal Pci prima, dal Pds-Ds e infine Pd poi. Ma altrettanto fuori dagli schemi nei riguardi del proprio mondo: basti pensare a cos’era stata la stagione di altri toscani come Licio Gelli e la sua P2.(m.z.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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