Il Tirreno

Livorno

Porto franco delle idee Quando Livorno era la capitale illuminista

di ENRICO MANNARI
Porto franco delle idee Quando Livorno era la capitale illuminista

Qui fu ristampata tra il 1770 e il 1779 l’Encyclopédie un’impresa straordinaria nella città simbolo della libertà

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di ENRICO MANNARI

Chissà quanti, passeggiando nel chiostro del Palazzo di giustizia di Livorno (sezione penale), nell'attuale sede di via Falcone e Borsellino , si saranno soffermati su una lapide commemorativa, un po' ingiallita, che ci ricorda che nell'aprile del 1764 il tipografo editore Marco Coltellini editò la prima edizione del trattato di Cesare Beccaria, "Dei delitti e delle pene".

Dunque, 250 anni fa, l'opera che sarebbe divenuta un best-seller dell'età dei Lumi, che enunciava le premesse giuridiche dello stato di diritto che garantisce la sicurezza degli individui nel contratto sociale, veniva stampata a Livorno.

Ma perché Beccaria, i fratelli Verri, e tanti altri laici illuminati scelsero la via labronica come luogo di nascita di importanti loro scritti?

Nel clima ancora censorio, ecclesiastico e laico, degli stati italiani d'Antico Regime, Livorno conobbe una "propria" libertà.

"Libertà", come ha osservato Renato Pasta in uno studio apparso su Nuovi studi livornesi del 2002-3, "nel senso tradizionale di autonomia, privilegio, capacità decisionale e amministrativa, di cui Livorno aveva variamente goduto sin dalla nascita, e che la formale istituzione, nel 1676, del porto franco e la proclamazione della sua neutralità ai massimi livelli della diplomazia europea a partire dal 1718, s'incaricarono di confermare.

Ma libertà, anche, di discussione e circolazione delle idee, favorita dalla posizione geografica e dalla relativa flessibilità degli apparati di controllo laici ed ecclesiastici, di fatto consentita, quando non apertamente incoraggiata, dalle “autorità centrali di governo".

E' in questo humus, in un clima di cosmopolitismo e di una pratica tutt'altro che scontata, ma incoraggiata e diffusa, di tolleranza, che fioriscono "insoliti" progetti editoriali di "uomini nuovi" che uniscono curiosità ed interessi culturali ad un non comune piglio imprenditoriale. Emblematiche le vicende della tipografia Coltellini, una sorta di filo rosso dell'attività editoriale di fine settecento, egregiamente raccontate da Susanna Corrieri in un bel volume di qualche anno fa: Il Torchio fra "Palco" e "Tromba". Uomini e libri a Livorno nel Settecento.

Personaggio poliedrico il Coltellini, non privo di significativi mezzi economici, dal carattere critico e aggressivo, continuamente diviso tra la cultura musicale e l'attività editoriale sino a divenire poeta cesareo alla corte d'Austria e terminare la sua vita a Pietroburgo presso la corte di Caterina II.

È dai suoi torchi che vedono la luce nel 1763 i tre volumi del "Gazzettiere Americano", tempestivamente tradotto dall'inglese ; un'opera che testimonia le aperture al nuovo mondo e quindi l'obbiettivo dell'editore di parlare ad un pubblico ampio di lettori, composto prevalentemente da ceti mercantili e dalle "nazioni".

È stata opera meritoria quella dell'editore Debatte di pubblicarne la riedizione anastatica. La pubblicazione del "Gazzettiere" fa conoscere la tipografia Coltellini in tutta Italia.

In particolare è Giuseppe Aubert, di origine francese, direttore della stamperia ,che stringe i rapporti con i fratelli Verri e l'ambiente illuminista milanese.

Pietro Verri rilegge e corregge il manoscritto dell'amico Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene e il 12 aprile 1764 lo invia ad Aubert, "l'amico di Livorno". Tra il 7 e l'8 luglio 1764, coperta dall'anonimato, l'editio princeps esce dai torchi della stamperia di Marco Coltellini.

Stampato in un migliaio di copie, il testo arriva a Milano il 16 luglio; circa 600 copie, talvolta clandestinamente, circolano nelle città della Toscana e della Lombardia.

In dieci mesi vanno esaurite tre stampe. Inoltre diverse edizioni e contraffazioni si succedono fino al 1767.

Dunque un successo straordinario, con un forte ed immediato impatto nelle società aristocratiche delle città italiane.

Naturalmente non manca la reazione oscurantista tanto che il 3 febbraio 1766 viene messo dalla Chiesa nell'indice dei libri proibiti.

Ma ormai il suo successo è universale ed è un successo moderno, cioè di pubblico che vuole leggere, conoscere ed essere parte attiva di un processo di rinnovamento.

E questo aspetto è ben chiaro a Giuseppe Aubert per il quale non Roma, cioè l'inquisizione e l'indice, giudica del valore di un'opera ma il responso dei lettori. Solo ad essi, in un clima di libertà, può essere affidata la fortuna di un libro.

Siamo dunque agli albori del formarsi, pur con alterne vicende, di un vero e proprio mercato del libro, ma più in generale del divenire di una opinione pubblica con le sue funzioni di controllo e democratiche.

Ed è proprio ad Aubert che dobbiamo la nascita livornese dell'Encyclopédie.

Infatti, poiché la tipografia Coltellini non è in grado (almeno da sola) di esporsi in tale impresa, Aubert convince Filippo Gonnella, Pier Gaetano Bicchierai e l'abate Marco Antonio a divenire patrocinatori e a promuovere un'apposita società editoriale.

Insomma si fa coadiuvare da intellettuali "capitalisti".

Nello stesso tempo si moltiplicano in tante parti della penisola le sottoscrizioni di soci finanziatori.

Ma la sua abilità relazionale è tale che il granduca Pietro Leopoldo concede alla nuova società editoriale locali gratuiti, finanzia in parte l'impresa e inoltre accetta che l'opera venga a lui dedicata.

La ristampa dell'Encyclopédie (l’opera era stata “condannata” da Roma) avviene tra il 1770 e il 1779: trentanove volumi in-folio con numerose tavole ben incise e caratteri tipografici eleganti.

Un'opera che per la sua mole nessuno poteva immaginare di realizzare a Livorno.

Una scommessa che viene vinta e che, insieme alle tante altre pubblicazioni prodotte e distribuite, molte delle quali considerate materialiste e oscene, fa del porto labronico uno dei poli di distribuzione della nuova cultura.

Se è vero che non fu così rilevante la partecipazione dell'insieme dei cittadinanza livornese alle vicende intellettuali del secolo, è fuori dubbio che "l'irriducibilità di Livorno alla norma comune, persino i problemi di ordine pubblico che la sua gente poneva, erano anche il sintomo di un dinamismo ineguagliato nelle altre città di Toscana", così come ci racconta anche Montesquieu nel suo viaggio in Italia.

Sarebbe stato possibile senza questo dinamismo pubblicare così tante opere, ed in particolare un trattato, "Dei delitti e delle pene", che avrebbe poi ispirato tutti i governi illuminati e posto le basi del diritto penale moderno?

Dunque da questo vero e proprio porto franco, non solo in senso mercantile ma anche ideale, partiva il trattato di Cesare Beccaria che non ha perso nulla della sua modernità.

E' capitato che l'irrequietezza livornese sia stata feconda per tanti progetti editoriali e portatrice di futuro.

Potrebbe ancora esserlo, magari anche per settori diversi, ma questo riguarda l'oggi e il futuro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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