Il Tirreno

Livorno

Muore a 41 anni incursore Col Moschin «È colpa dell’uranio»

di Lara Loreti

S’è spento per un tumore al fegato il maggiore Ciro Pinto Secondo l’osservatorio militare è la vittima numero 310

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LIVORNO. La passione per la moto e per lo sci, l’amore per la famiglia, il culto del lavoro. Ciro Pinto, maggiore paracadutista del 9° reggimento Col Moschin, amava la vita: «Era uno che non si arrendeva mai». Così lo descrivono gli amici e i colleghi. S’è spento venerdì mattina a Maddaloni, in provincia di Caserta, la sua città di origine. A ucciderlo un tumore al fegato, una patologia per cui qualche tempo fa l’ufficiale, dopo lunga e brillante carriera, fatta anche di numerose missioni all’estero, era stato congedato dall’Esercito.

Un male su cui pesa l’ombra dell’uranio impoverito: la morte dell’ufficiale, infatti, secondo l’Osservatorio militare sarebbe connessa all’esposizione all’uranio impoverito a cui molti membri delle forze armate sono sottoposti nel corso delle missioni. Pinto, come riferiscono i colleghi, era stato in Afghanistan, Iraq, Bosnia e Kosovo, Paesi dove aveva prestato le sue competenze e la sua professionalità. E dunque non è escluso che la sua malattia possa esser stata favorita da un’esposizione al metallo pesante. Secondo l’Osservatorio militare, che da anni segue queste vicende, in Italia ci sono 310 morti e 3.600 malati contaminati dalla pericolosa sostanza.

In ogni caso, grande è il dolore, tra amici e parenti, per la scomparsa di Pinto che, nonostante la sua forza di volontà, non è riuscito a sconfiggere la malattia. Sposato senza figli, l’ufficiale, che aveva frequentato la scuola militare Nunziatella di Napoli, per molti anni aveva lavorato a Livorno come incursore nel reparto speciale, all’interno della caserma Vannucci all’Ardenza. E prima aveva prestato servizio nella caserma Pisacane sul viale Marconi. Poi dal 2010 poi si era trasferito a Roma al Comando forze speciali, dove aveva svolto un incarico amministrativo. Il militare infatti voleva riavvicinarsi a casa a Maddaloni, insieme alla moglie, anche lei campana. Era un professionista molto stimato e amato anche per le sue doti personali.

Lo ricorda l’amico Paolo Martinello, collega in pensione e compagno di avventure in moto: «Sette mesi fa eravamo stati insieme a Col Moschin, sul Monte Grappa per un raduno del nostro gruppo di paracadutisti motociclisti dedicato a Gigi Dalmaso, collega livornese morto nel 2002 in un incidente. Lui, già malato da due anni, era felice e gioioso come sempre, anche perché sembrava aver sconfitto la malattia. Aveva tanti progetti per il futuro». Ricordo commosso anche dell’amico motociclista Paolo Frediani: «Adorava la moto e era tornato di recente a Livorno per uno dei suoi raid sulle due ruote». Ieri mattina alle 10 s’è svolto il funerale in chiesa a Maddaloni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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