Sicurezza
«Porti, la riforma ora è a un passo»
Il senatore Filippi: e l’alleanza P3 obbliga Livorno a guardare al Mediterraneo
LIVORNO. «Credo proprio che siamo usciti dall’angolo delle contrapposizioni incorciate. Tanto io come il ministro Lupi siamo d’accordo su un punto: il presente non va più bene a nessuno, serve un cambiamento. E la riforma dei porti può essere davvero a portata di mano». Marco Filippi, senatore livornese Pd e relatore in commissione, e Maurizio Lupi, ministro riconfermato Ncd nel nuovo governo, hanno litigato per mesi se fosse meglio accontentarsi della “riformina” o fosse necessario una “riformona” di ben altra ambizione. Nel mezzo c’è anche la cancellazione dell’ipotesi di accorpare le Autorità portuali per aree geografiche facendoci rischiare di vedere Livorno e La Spezia sotto Genova nell’unica Authority dell’Alto Tirreno, con volumi di traffico dieci volte più grandi delle consorelle del Sud.
Ma, detto della riforma, abbiamo rivolto a Filippi le stesse domande che nel fascicolo oggi in regalo col Tirreno sono state rivolte ai dieci protagonisti.
L'alleanza “P3” fra i big delle flotte marittime è destinata a sconvolgere il trasporto merci via nave. E minaccia di essere un incubo per Livorno, se dovesse essere confermata l'esclusione dalla mappa degli scali serviti. Quali scenari giudica possibili per il nostro porto?
«In primo luogo si tratta di verificare come l'Unione europea. si comporterà di fronte ad uno scenario del genere che costituirebbe una concentrazione economica e di interessi che non ha precedenti. E che, aggiungo, non corrisponde propriamente ad un modello di mercato che tutti vorremmo più aperto e più concorrenziale. In poche parole: più libero, più innovativo e più ricco. Se come temo questa previsione invece non sarà, nella sostanza, scongiurata, è evidente che per lo scalo labronico si aprirà un nuova stagione della storia portuale: tutta da scrivere. Occorre, in altri termini, che Livorno faccia di necessità virtù e che si lanci con più convinzione che nel passato, anche recente, verso i nuovi mercati del Mediterraneo, da quelli del Nord Africa e della sponda sud del Mediterraneo, a quelli con la Turchia che è già da tempo una realtà economica consolidata, a quelli infine con l'area balcanica. Insomma, Livorno sarà chiamato a riscoprire la sua vocazione euromediterranea».
Guai a rincorrere il gigantismo delle navi con il gigantismo delle infrastrutture portuali, dice il prof. Sergio Bologna. Lei è d'accordo?
«In linea di principio è un'affermazione saggia, finalizzata a riallineare le asimmetrie presenti oggi nei porti, come del resto anche in altri settori dell'economia, dove il soggetto più forte che utilizza le infrastrutture pretende e non paga, scaricando oltretutto i costi sulla collettività. Questo però comporta che lo sviluppo di uno scalo e di un territorio dipendono solo da quel soggetto che ne decide anche tempi e modalità. Però invertire questa logica è possibile solo se viene recepita come condotta internazionale univoca, altrimenti ci saranno sempre i porti che ripagheranno gli investimenti impropri con i traffici generati».
Livorno ha bisogno di ammodernare le proprie infrastrutture portuali. Dovendo indicare una priorità - una sola - sulla quale concentrare le risorse e le strategie, cosa sceglierebbe?
«È da almeno venti anni che viene individuato nello scalo ferroviario portuale, raccordato alla linea ad Alta Velocità che deve diventare anche ad Alta Capacità, in grado di collegarci direttamente con l'interporto di Bologna e di Verona, la priorità delle priorità per il nostro porto. Ritengo quella previsione ancora valida anche se forse costituisce la più difficile nella realizzazione, per cui forse ripiego, se mi è consentito, sul completamento della dorsale autostradale Tirreno-Adriatica per fare in modo che i porti centrali di Livorno, La Spezia ed Ancona, siano connessi con gli altri porti ed interporti che sono già collegati sui due lati dell'Italia, e le tante aziende che già oggi li utilizzano».
Merci e crociere, l'eterna lotta. Ma cosa rappresentano le love boat dei vacanzieri nel “menu” del nostro porto: una buona pastasciutta, una bisteccona che fa “sangue”, un dessert piccolo ma buono per far figura, l'ammazzacaffè?
«Un contorno! Sta a noi crederci e investire per renderlo buono come un piatto di patate al forno oppure scialbo come una bieta all'agro. Per fare questo Livorno deve credere di più nel suo ruolo di porta della Toscana sul mare, ed il suo porto diventerà il punto di partenza di escursioni verso la città, ma anche verso tutte le altre bellezze della Toscana distanti tra 1 e 2 ore di strada».
Quali ingredienti abbiamo, sulle banchine e in città, per evitar di rassegnarci al declino?
«Già uno studio di Kpmg del 2002 poneva il porto di Livorno al primo posto nel Paese dal punto di vista delle potenzialità in ragione degli spazi retroportuali, dei collegamenti infrastrutturali esistenti e di quelli previsti per la connessione alle principali arterie ferroviarie e autostradali. Però io credo che debba essere soprattutto una cultura creativa diffusa che, unita ad un'originale intraprendenza, possa proprio in un momento particolare di crisi come quello attuale, essere in grado di risollevare le sorti del nostro scalo, che costituisce il valore positivo della nostra comunità che da sempre esportiamo nel mondo. Per rilanciare lo scalo, bisogna rilanciare la città: Livorno è segnata in tutte le carte geografiche del mondo, deve tornare ad esserci con proposte attraenti in quelle turistiche, e con servizi efficienti e moderni in quelle commerciali».
Mauro Zucchelli
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