Il Tirreno

Livorno

L’industria dell’auto perde il motore La crisi si mangia 900 posti di lavoro

di Mauro Zucchelli

Rispetto al resto della Toscana il Pil è 4mila euro a testa in più e i consumi familiari 4mila in meno Dove va la ricchezza? Nella remunerazione del capitale, dice lo studio. E il disagio sociale cresce

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LIVORNO. Il termometro per misurare la “febbre” della nostra economia lo troviamo nel dossier allegato alla richiesta-bis con cui la Regione è tornata a chiedere al governo di riconoscere il polo produttivo della componentistica auto di Livorno-Collesalvetti come area di crisi. Ha tutti i crismi dell’ufficialità eppure mette nero su bianco una sfilza di indicatori che raccontano in cifre i guai di gente in carne e ossa. A cominciare da una griglia di parametri che quantificano il disagio in fatto di lavoro, scuola, casa: rispetto allo standard del resto della Toscana, l’indicatore relativo al tasso grezzo di disoccupazione nel comprensorio Livorno-Collesalvetti è più alto di 11,1 punti, quello dell’insuccesso scolastico nelle scuole secondarie lo è di 9,3 punti, quello riguardante le domande di contributi affitti lo supera di 8,4 punti (e sugli sfratti eseguiti addirittura di quasi 30 punti). Basti dire che, al tirar delle somme, il disagio sociale nell’area livornese è di quasi 12 punti più pesante a confronto dell’insieme delle altre città toscane.

Ma il check up fatto dall’assessorato di Gianfranco Simoncini indica anche alcuni ingranaggi di un modello di sviluppo ad alta intensità non solo di capitale ma anche di territorio (se è vero che il 5% della superficie territoriale è ad uso produttivo, una quota che ne la pone fra i due dati più alti in tutta la Toscana).

Inutile dire che tutto questo ha immaginabili conseguenze sulla distribuzione del reddito.Per capirci: l’Irpet, l’istituto di ricerca regionale, dice che il Pil dell’area livornese è 34.421 euro a testa, oltre 4mila euro in più rispetto alla media toscana (30.340). Eppure i consumi delle famiglie livornesi sono del 21% più bassi di quel che accade in una famiglia-tipo toscana: non si arriva neanche a 15.400 euro annui a testa, 4mila in meno rispetto al resto della regione (19.499). E siccome questa differenza non finisce davvero nel risparmio, che nella nostra realtà di “cicale” spendaccione è storicamente esiguo se paragonato alle “formichine” di altre zone, cosa significa? Va nella «remunerazione del capitale investito», dicono gli analisti.

Non è questa l’unica “fotografia” dell’apparato produttivo: altri numeri raccontano altri problemi passando in rassegna in bilanci 2009 delle società di capitale. Cosa? È lo standard per ciascun dipendente: nell’area livornese il valore aggiunto per addetto è leggermente al di sopra della media regionale ma se si passa a guardare i ricavi per addetto eccoci il 20% al di sotto della media regionale. Non è tutto: più bassa qui da noi è la redditività per dipendente (e invece il costo del lavoro è in media di 32mila euro a testa a Livorno contro i 30mila del dato toscano). È quanto basta perché il documento regionale parli di «una perdita complessiva di produttività del sistema locale anche nei confronti dell’industria regionale». Risultato: quando si tira la riga del totale, balza agli occhi «una crisi che va oltre le dinamiche congiunturali ma che assume tratti strutturali, con forti riflessi per il mercato del lavoro e, più in generale, per la tenuta del sistema sociale».

La riprova? Lo shock occupazionale nei primi quattro anni della crisi: rispetto al giugno 2008 fra tutti i 33 sistemi economici in cui l’Irpet ritaglia la nostra regione, solo la Valdera ha mostrato una emorragia più grave in termini di lavoro. Il documento dell’assessorato regionale arriva a parlare addirittura di qualcosa come «23 posizioni di lavoro perse ogni 100 abitanti».

È un abisso di guai che si spiega con la dinamica differente che il nostro territorio ha mostrato in questi anni di crisi rispetto all’andamento pur difficile della parte rimanente della nostra regione. Senza cioè – dice la Regione – quella capacità di resistere allo tsunami della crisi che gli altri territori hanno mostrato. Come dire: mentre la Toscana nel suo complesso va un po’ per alti e bassi ma, ad esempio, nel 2009 e soprattutto nel 2010, prova a recuperare quel che ha perso, nell’area Livorno-Colle bisogna tornare al 2008 per trovare un anno di espansione dell’occupazione (e non stiamo qui a vedere se le statistiche delle assunzioni erano gonfiate dalle destrutturazione dei posti di lavoro in lavoricchi precari...).

Questa è la storia di come stiamo attraversando il deserto della crisi. Ma in precedenza non era stato così: nel decennio scorso Livorno aveva messo in luce una crescita media annua degli addetti più che doppia (1,6% contro 0,6%) a confronto con la media toscana.

Ma c’è anche una spiegazione dietro la crisi: è un sistema industriale appeso al settore auto, che ha avuto un tonfo negli ultimi anni. Del resto, la nostra è una delle otto province italiane a forte specializzazione nella produzione di auto e componenti. Anzi, solo in altre tre (Isernia, Chieti e Cuneo) l’industria dell’auto ha un peso simile, se togliamo da questa geografia i poli caratterizzati da stabilimenti Fiat.

Nel nostro comprensorio l’industria dell’auto valeva 2.411 addetti ancora nel 2004, mica cent’anni fa. Il dossier dice che in pochissimi anni si è «perso circa il 20% degli addetti». Ottimista: in realtà, i numeri sono gonfiati dal boom del gas (Mtm) e dal fatto che Delphi e Inalfa restano nel conto. Il conto reale parla di una perdita di quasi 900 posti, cioè più del 37%. Una batosta. Eppure – come viene sottolineato – «Livorno rappresenta a tutt’oggi il primo polo industriale della Toscana costiera». E se ha la febbre alta anche il resto della Toscana ne risente...

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