Il Tirreno

Livorno

«Il dado è tratto». Bene, così faccio il brodo

Eleonora Cozzella
«Il dado è tratto». Bene, così faccio il brodo

In un libro sei decenni di storia politico-gastronomica visti con il linguaggio quotidiano che diventa metafora alimentare

4 MINUTI DI LETTURA





Gioco delle associazioni di idee: quando sentiamo la parola banchi, pensiamo a quelli del mercato o a quelli del Parlamento? L'aggettivo nobili richiama gli aristocratici, i cui titoli sono stati abrogati con l'avvento della Repubblica, o le proteine di carni e pesci? Chi afferma «il dado è tratto» cita il condottiero Cesare o si appresta a fare il brodo? È uno spasso accorgersi di quanto nel linguaggio di tutti i giorni ogni argomento trovi la sua metafora alimentare. E come nel nostro Paese le vicende della politica possano essere raccontate in parallelo con mode, manie e abitudini alimentari. A tracciare un vero e proprio percorso logico e cronologico è la scrittrice e gastronoma Roberta Corradin, nel suo ultimo libro "La Repubblica del maiale - Sessant'anni di storia d'Italia tra scandali e ossessioni culinarie" (ed. Chiare lettere, 12,90 euro). Perché se questa è la nazione degli scandali, a cui siamo così abituati da avere anticorpi forti e memoria corta, tutto rischia sempre di finire a "tarallucci e vino".

Cibo come consolazione dai problemi, cibo come forma di espressione per cuochi e artisti, cibo, anche, come metafora per i comportamenti più o meno truffaldini di certi uomini di potere. Così se l' "omo de panza" negli anni Cinquanta è ammirato in quanto la sua pinguedine è indice di una vita agiata, a poco a poco l'appetito diventerà colpevolezza nel caso di politici che "mangiano" su appalti e contratti. Problemi di sempre nello Stivale dove, già nel 1953, i giornali attaccavano i cosiddetti "forchettoni" (rei di banchettare con il bene pubblico) per aver ideato quella legge elettorale passata alla storia come legge-truffa, peraltro antenata del Porcellum. Ebbene sì, porcello, suino, maiale. Questo mammifero dalle carni rosa ricorre spesso nelle vicende italiane. In fondo, su di lui si basa la nostra stessa idea di benessere: ogni famiglia contadina, dalle Alpi alla Sicilia, aveva in cortile almeno un maiale, che si ammazzava a inizio inverno in una grande festa a base di interiora, e poi via a far salsicce e salumi. Di più, il maiale è quasi un segno del destino: i padri fondatori, che si accingevano a scrivere la Costituzione - come è narrato nel libro - si riunivano in modo informale in via della Chiesa Nuova a Roma nell'appartamento delle sorelle Portoghesi, che si erano improvvisate locandiere. Certo nell'immediato dopoguerra da mangiare c'era ben poco (qualche verdura, patate bollite, a volte delle uova e del latte), ma un giorno Vittorino Veronese, direttore delle Acli, portò per tutti un maialino ripieno. Decisero allora tra il serio e il faceto di chiamarsi "comunità del porcellino", visto che quel pasto aveva avuto il plauso di tutti, inclusa l'ex partigiana e membro della costituente Laura Bianchini che, quando qualcuno non era d'accordo con lei, era solita apostrofarlo con un sonoro grido: «Porco!».

Da quelle riunioni sono passati oltre sei decenni, e ciascuno di questi ha visto innovazioni tecnologiche preziose, come il frigorifero, mode di cucina, come la gelatina in cui si avvolgeva tutto (chi ricorda le famose uova all'aspic?), innamoramenti di prodotti, magari demonizzati il decennio dopo (la panna in voga negli anni '80 bandita in seguito perché troppo grassa), frutti esotici diventati familiari, come la banana arrivata in Italia negli anni '60. Ma soprattutto ogni decennio potrebbe essere analizzato sulla base di alta cucina/bassa politica, come fa l'autrice in modo tanto ironico quanto storicamente preciso: gli anni Sessanta sono quelli della «Guerra fredda e insalata russa», i Settanta vedono la strategia della (iper)tensione visto che «quel che non uccide ingrassa», la mafia fa business con la ristorazione, e mentre dalla Francia arriva la Nouvelle Cuisine, le proteste infiammano le piazze e il flambè infiamma le vivande dei ristoranti. Gli anni 80? «Dopo gli anni di piombo ci troviamo negli anni di panna», quella che inonda tortellini, pennette e troviamo nel dessert come panna cotta. Nel decennio successivo, tra tangentopoli e le macerie del muro di Berlino, il paese «va in aceto». Che a tavola è quello balsamico, una vera mania, che troviamo "schizzato" su ogni piatto, immancabile come la rucola. Dal 2000 è crisi: dei partiti, del lavoro, dell'economia. La gente sembra rifugiarsi ancor più nel cibo, ma in modo che a volte può apparire un'ossessione. Cerca la nicchia, la particolarità, il territorio: non semplicemente maiale ma Cinta Senese, Mora Romagnola, suino Nero di Calabria, non più cioccolato ma cioccolato di Modica, e via con biroldo della Garfagnana, culatello di zibello, gallina livornese. Meglio se gli ingredienti sono bio e km zero. Forse perché, se la crisi ci riporta nella casa dei nonni, riapriamo anche le loro dispense.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La protesta

Milano, scontri al corteo sul carovita: tavoli e sedie contro la polizia. Ci sono feriti – Disordini anche a Torino e Bologna

di Redazione web