Gioco
Omicidio al mercato, condanna a 30 anni
Alfredo Andreucci ha premeditato il delitto, malore in aula. Le ultime parole della vittima: «Non ti ho fatto niente»
LIVORNO. Sono le 15,27 quando dall’aula al primo piano del Tribunale di Livorno si sentono i primi singhiozzi, che con il passare dei secondi si fanno più forti, disperati. Sono della figlia di Claudio Costanzo, il carpentiere ucciso 364 giorni fa con cinque coltellate all’intero del palazzo centrale, l’ex cinema in acciaio e mattoni chiari, a due passi da piazza Cavallotti.
È il rumore della disperazione il segnale che il giudice Antonio Pirato ha appena finito di leggere la sentenza con la quale ha condannato con rito abbreviato per il delitto del Mercato l’imprenditore Alfredo Andreucci a 30 anni di carcere.
Quando si apre la porta dell’aula, il primo a uscire, scortato da cinque agenti della polizia penitenziaria, è proprio il presunto assassino - occhi bassi dentro camicia e pantaloni jeans.
Sia durante le indagini che al processo, il 57enne ha sempre negato ogni accusa. «C’è un terzo uomo», hanno ripetuto fino all’ultimo anche i suoi legali, gli avvocati Pier Francesco Bruno e Francesca Galiuto e il loro consulente, l’ex comandante dei Ris di Parma Luciano Garofano, senza però riuscire a convincere il giudice. «Siamo soddisfatti della sentenza che ha riconosciuto tutte le accuse», ribattono i legali delle tre parti civili (le due figlie della vittima e l’ex moglie che ha avuto un malore fuori dall’aula) liquidate in via provvisionale a un risarcimento complessivo di mezzo milione di euro.
Le prove
Sono cinque le prove chiave raccolte dai carabinieri, coordinati dal pubblico ministero Massimo Mannucci, che hanno inchiodato l’imprenditore, accusato di omicidio volontario, premeditato per via del coltello che nascosto nel giaccone e poi gettato via.
Agli investigatori ciò che è che è avvenuto prima che Andreucci e Costanzo si incontrassero quella mattina lo ha raccontato un amico del carpentiere che intorno alle 8 era con lui per un caffè. «Mi disse che aveva un credito con il titolare della ditta per 25mila euro di lavori». Dal traffico telefonico è emerso che vittima e carnefice si sono sentiti due volte quella mattina: alle 7,38 e alle 8,47 quando Andreucci chiama Costanzo perché è arrivato all’appuntamento e non lo vede.
Il percorso che i due fanno tra gli scali Saffi e via Cossa lo riprendono invece le telecamere dell’agenzia PlusValore. «Dovevano andare in banca a ritirare i soldi per saldare il debito», è l’ipotesi degli inquirenti.
L’ultima immagine dei due insieme viene ripresa intorno alle 9.07. Un minuto più tardi una signora che sta facendo visita alla madre che abita al primo piano al numero 15 è affacciata alla finestra. «Ho visto un uomo barcollare diceva: “Non ti ho fatto niente, non ti ho fatto niente”. Accanto c’era un altro signore con un cappello nero in testa: aveva un coltello in mano, ha pulito la lama e poi si è allontanato. Sì, era Alfredo Andreucci».
La stessa vittima quando è stato soccorso ha detto al medico e a due carabinieri prima di morire a causa delle ferite: «È stato Alfredo Andreucci, ditta di Carpenteria al Picchianti, per cose di soldi».
Anche le consulenze richieste dalla Procura hanno confermato i sospetti. In particolare perché sul giubbotto dell’imprenditore, sulla parte laterale destra sono state ritrovate «diffuse macchie di sangue, una era all'interno del giubbotto ed il profilo genetico era quello della vittima.
Il movente
«Questione di soldi», ha detto lo stesso Costanzo. Quanti? Pare che i due avessero un accordo che si è poi rivelato mortale. Costanzo che di Andreucci era stato dipendente procurava al secondo i clienti, perché non poteva emettere fattura visto che la sua ditta non esisteva più. «Su ogni contratto - confermano gli inquirenti - Costanzo aveva un percentuale». A questo patto ci sarebbero da aggiungere circa mille euro per alcuni lavori fatti dalla vittima e mai pagati. «Se non glieli avesse dati Costanzo aveva detto che si sarebbe rivolto all’avvocato e poi alla Finanza». Non ha avuto il tempo di fare né l’uno né l’altro. È stato ucciso prima.
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