Il Tirreno

Livorno

«Sentenza giusta, siamo sollevati ora Ndoye deve restare in carcere»

di Lara Loreti

Lo sfogo del padre di Ilaria Leone, dopo la sentenza: «Questi mesi di attesa sono stati un patimento» Il dolore della madre: «È stata dura ascoltare tante bugie, lui ha provato fino all’ultimo a fare il furbo»

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LIVORNO. «Questa è una sentenza giusta. E ora chi ha ucciso mia figlia deve restare in galera». Leonardo Leone ha gli occhi lucidi, quando, pochi istanti dopo la lettura della sentenza, commenta la decisione del giudice di condannare Ablaye Ndoye, 34 anni. I suoi familiari e gli avvocati lo abbracciano. E lo stesso fanno con sua moglie Sara, mamma coraggio, che ha lottato con forza in questi mesi per ottenere giustizia per sua figlia. I coniugi si fanno forza. E dopo che il giudice Giovanni Zucconi pronuncia il verdetto, cedono all’emozione. Quella parola, ergastolo, era ciò che volevano sentire. Non avrebbero tollerato nessun’altra decisione, lo avevano detto alla vigilia del processo, celebrato con rito abbreviato, che, già di suo, comporta uno sconto di pena. «Per noi l’ergastolo era scontato», dice la madre Sara Cariano.

«In questo momento - prosegue il babbo - provo un forte senso di giustizia. Non c’è soddisfazione per questa sentenza, ma mi sento alleggerito. Si chiude un capitolo, forse non definitivamente, anche se io spero che sia così». Questi mesi per la famiglia di Ilaria, violentata e uccisa lo scorso primo maggio nell’oliveto di Castagneto Carducci, nella località Piantoni, sono stati difficili: «Il periodo che ha preceduto il processo è stato un patimento per noi - continua Leonardo Leone - Aspetti, ma non sai mai cosa aspettarti. Il mio timore più grande era quello che non ci fosse una sentenza giusta. E invece così non è stato. Ora lui deve restare in carcere per tutto il tempo stabilito dal giudice, senza sconti. Ci deve marcire là dentro».

Prima della sentenza, Ablaye Ndoye ha fatto delle dichiarazioni spontanee in cui ha ribadito la sua estraneità ai fatti, tentando di smontare le prove dell’accusa, in primis la presenza del cellulare della vittima nel suo zaino e poi tracce del suo Dna e di liquido seminale sul corpo di Ilaria. Il 34enne ha infatti dichiarato di essere in confidenza con la vittima. Ma oltre a questo, ha anche criticato le indagini, tirando in ballo un connazionale, Cisse El Hadji Amsatou, a cui lui, il giorno dopo l’omicidio, aveva chiesto di cancellare la memoria del telefonino di Ilaria. «Dovevate indagare su di lui », ha detto il giovane in aula. E poi ha aggiunto: «L’assassino è ancora in giro». Parole che hanno suscitato lo sdegno della mamma di Ilaria: «È stata dura per noi ascoltare tante bugie. Lui ci ha provato fino all’ultimo a scagionarsi, e s’è arrampicato sugli specchi. Ma tutte le sue motivazioni e spiegazioni sono state ribaltate dalle indagini e dall’evidenza dei fatti».

Ndoye non ha mai cambiato versione e ha sostenuto di esser stato incastrato dal vero assassino, posizione che ha ribadito anche agli agenti della penitenziaria prima di entrare in tribunale. Eppure, tutte le prove emerse nel corso dell’indagine hanno portato a lui. Secondo la ricostruzione dell’accusa, fu lui a tramortire la giovane dopo averla violentata, e a gettare il corpo nell’oliveto, a testa in giù rispetto alla pendenza del terreno, tanto che poi a soffocarla fu il suo stesso sangue.

Le indagini sono state condotte dai carabinieri. E ad ascoltare il verdetto ieri pomeriggio in tribunale c’erano anche il comandante provinciale dei carabinieri, Massimiliano Della Gala, e il capo del Nucleo investigativo, Luigi Perri, che ha seguito il caso insieme alla pm Fiorenza Marrara.

Subito dopo la lettura della sentenza, Ndoye è uscito dall’aula insieme al suo avvocato Giovanni Porto e subito dopo è stato riaccompagnato a Sollicciano dalla polizia penitenziaria di Firenze. I familiari di Ilaria invece, la mamma Sara, il padre Leonardo, gli zii e i cugini, si sono trattenuti per qualche minuto in aula insieme agli avvocato Antonio Cozza e Nicodemo Gentile.

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