Gioco
Il duro sfogo di Palumbo: «Hanno vinto gli sbandati»
Parla uno dei proprietari del magazzino sull’Arnaccio occupato da 1500 giovani «Per il calcio si mobilitano centinaia di agenti, stavolta siamo rimasti a guardare»
LIVORNO. «Nella notte tra sabato e domenica non ho chiuso occhio neanche per un minuto. Questa vicenda, per me, è una grossissima ferita. Non mi riferisco ai danni economici, quanto piuttosto a quelli morali. Per oltre 48 ore siamo stati costretti a subire i soprusi di centinaia di sbandati dentro la nostra proprietà. Non credevo che in un paese civile fosse possibile una cosa del genere». A parlare è Andrea Palumbo, uno dei proprietari del capannone sull’Arnaccio che nel weekend è stato teatro del rave party cui hanno partecipato oltre 1500 giovani arrivati da mezza Italia. Le dichiarazioni del noto imprenditore livornese rappresentano il duro sfogo di chi si è sentito impotente di fronte a una ingiustizia perpetrata da molti ai danni di pochi. Lo sfogo di chi, dopo aver visto lucchetti forzati e porte sfondate, ha dovuto anche attendere che gli occupanti finissero i propri comodi, prima di riappropriarsi dei propri locali.
Contattiamo telefonicamente Palumbo nelle prime ore di domenica mattina. «Stanotte - rivela - non sono riuscito a dormire da quanto sono amareggiato. Non può immaginare - aggiunge - quanto questa vicenda mi abbia scosso».
C’è una parola ricorrente nelle dichiarazioni dell’imprenditore: è “vergogna”. Dal tono di voce di Palumbo trapela tutta l’amarezza per gli avvenimenti delle ultime ore, ma anche l’ansia di sapere che quei locali, ripuliti con fatica, rimessi a nuovo e pronti a ospitare una nuova attività di smaltimento rifiuti, sono ancora in mano a mille e cinquecento persone che già sabato, in poche ore, avevano vandalizzato gli uffici. «È una vergogna - ripete due, tre, quattro volte - In questo momento quei balordi stanno facendo i propri comodi nella nostra proprietà. E la “società civile” cosa fa? Niente, assolutamente niente. Sta a guardare. Per carità - precisa Palumbo - non ce l’ho certamente con quell’unica pattuglia dei carabinieri che è rimasta giorno e notte sulla strada. Ce l’ho piuttosto con le istituzioni, che non hanno mosso un dito per evitare questo scempio». Le forze dell’ordine giunte sul posto sabato mattina avevano deciso di non intervenire, perché all’interno del capannone erano già presenti oltre 500 persone, e la decisione di uno sgombero forzato a quel punto avrebbe causato problemi di ordine pubblico. «In realtà - accusa Palumbo - c’era tutto il tempo per organizzarsi. Sabato, alle ore 8.30, abbiamo avvisato tutte le istituzioni con alcuni telegrammi, compresi carabinieri e vigili del fuoco. In quel momento dentro lo stabilimento c’erano poche decine di persone. Gli agenti, se si fossero presentati in massa, avrebbero potuto e dovuto intervenire subito, prima liberando l’area e poi fermando gli altri gruppi di ragazzi lungo la strada, impedendo loro di raggiungere il capannone. Invece - aggiunge - si è preferito aspettare, ed è chiaro che nelle ore successive è diventato più complicato fare qualcosa».
Lo sfogo dell’imprenditore continua: «La situazione è assurda. Quando si muove una squadra di calcio vengono mobilitati centinaia di agenti. Qui ci sono dei delinquenti che rompono lucchetti, devastano gli uffici, defecano e urinano da tutte le parti, rovesciano scrivanie, buttano poltrone e mobili nel piazzale, e noi siamo costretti a guardarli da fuori dalla nostra proprietà».
«Ciò che fa più male - sottolinea - non sono i danni economici, ma quelli morali. Mi distrugge stare qui a subire passivamente l’azione di migliaia di giovani che fumano e si drogano. E se ci scappasse il morto, le implicazioni potrebbero pure ricadere sulle nostre spalle. Che figura ci facciamo - si chiede Palumbo - agli occhi di tutto il Paese? Siamo stati 48 ore alla mercé degli sbandati».
L’imprenditore conclude con una promessa: «I carabinieri hanno identificato almeno 200 persone. Ora partiremo con le denunce. Questi ragazzotti stiano pur sicuri di una cosa: con tutti ci rivedremo in tribunale. Di certo non voglio fargliela passare liscia, sarebbe una beffa dentro la beffa».
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