Italia
Il silenzio di Bellabarba Kutufà: «Ora più sereno»
Discarica del Limoncino, dopo il colpo di scena nel processo sale l’attesa per l’udienza del 10 marzo. Il presidente: percorso a ostacoli per gli imprenditori
LIVORNO. «Per ora non vogliamo parlare, scusate ma vogliamo aspettare l’udienza. Avremmo da dire tanto, guardi, ma non è il momento...». Paolo Bellabarba sceglie il silenzio. Il telefono squilla il giorno dopo il colpo di scena giudiziario che potrebbe dare una svolta alla vicenda infinita della discarica del Limoncino. Come pubblicato ieri dal Tirreno (e come riportiamo a centro pagina) i periti nominati dal giudice Gioacchino Trovato hanno di fatto dato l’ok all’impianto autorizzato dalla Provincia nel 2009 e messo sotto sequestro dalla Procura nell’ottobre del 2011, poco prima del collaudo.
Paolo Bellabarba è uno dei titolari dell’omonima società che tra il 2006 e il 2007 aveva chiesto di trasformare l’ex cava del Monte La Poggia in una discarica di rifiuti speciali a basso contenuto organico. Dal giorno dell’autorizzazione è successo di tutto: dalle proteste al sequestro. Il cugino Federico è uno degli indagati per abuso d’ufficio e reati ambientali, insieme a Reginaldo Serra, dirigente della Provincia, Antonio Rafanelli, geologo e progettista dell’impianto e zio di Andrea Rafanelli, altro dirigente della Provincia.
Ora il malloppo di 83 pagine dare una svolta tutta la vicenda.Tanto che il legale dei Bellabarba ha già chiesto il rito abbreviato. L’udienza è fissata per il 10 marzo. Ma poco prima, il 9, è fissata un’altra delicata udienza: quella per il concordato. Già, perché nel frattempo la società Bellabarba è finita con l’acqua alla gola e con una trentina di dipendenti che vedranno scadere la cassa integrazione ad aprile. Così il silenzio scelto oggi sembra gridare.
E il fronte delle istituzioni? Giorgio Kutufà, presidente dell’ente che ha autorizzato l’impianto, non vuole sbilanciarsi sulla futura sentenza, ma dice di «attendere sereno le conclusioni, ora ancora più sereno, visto che le prime risultanze del lavoro dei periti del tribunale, non di tecnici di parte, sembrano attestare la legittimità degli atti».
E apre una riflessione sul «disagio nel fare impresa nel nostro Paese». «Un primo ostacolo – dice – sono i tempi lunghissimi per ottenere le autorizzazioni. Un esempio: da quando Olt ha chiesto le autorizzazioni a quando è arrivato il rigassificatore è passato così tanto tempo che il quadro di riferimento è mutato, quella che anni fa poteva essere un’occasione forse oggi non lo è più...». «Ai tempi lunghi – riprende – si aggiungono le complicazioni legate alla grande quantità di soggetti interessati. E poi alla fine c’è la possibilità che la magistratura ridiscuta tutto dall’inizio. Insomma, per gli imprenditori possono presentarsi difficoltà estreme di cui questa vicenda è un caso emblematico». (j.g.)
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