Gioco
Filt: il porto ha perso il 40% del fatturato
L’allarme del sindacato: non c’è una impresa in salute, imperversa la corsa ai ribassi e vogliono farla pagare ai lavoratori
LIVORNO. I cinque anni della crisi chic hanno inghiottito una grossa fetta della ricchezza prodotta dal porto. Basta aprire gli occhi per accorgersene, ma ora dal sindacato Filt-Cgil arriva una quantificazione che fa rizzare i capelli: rispetto al 2008 avrebbe perso il 40% la “torta” misurata sulla base dei fatturati delle imprese del settore. Si tratta di valutazioni ancora forse da prendere un po’ a spanne (l’organizzazione dei lavoratori parla di «voci che devono trovare ufficialità») ma è chiaro che nel mirino finisce «l'impoverimento dell'intero sistema portuale» per colpa di quella che il sindacato definisce «una eccessiva concorrenza interna».
Cifre precise non ne saltano fuori ma altre fonti del mondo economico che gravita attorno alle banchine segnalano che il giro d’affari del sistema porto avrebbe avuto negli ultimi anni quasi un dimezzamento passando da uno standard nell’ordine dei 220 milioni a qualcosa attorno ai 130 milioni. Altre fonti ancora riferiscono che, nel gruppo delle aziende significative in questo campo, è ormai molto esiguo il numero di quelle che non abbiano i conti zoppicanti...
Ma torniamo alla Filt Cgil: il sindacato – a poche ore da quando l’Authority ha diffuso statistiche con vari segni “più” benché timidi – adesso suona con forza la sirena d’allarme: altro che ripresina, «il pessimo trascinamento delle condizioni di crisi e l'assenza di novità fanno prevedere che il 2014 sarà l'anno peggiore da quando è cominciata la crisi». Basti dire – aggiunge il sindacalista Simone Angella – che «nel 2014 cesseranno d'efficacia gli ammortizzatori sociali che sono stati utilizzati in maniera continuativa dal 2008». Risultato: «in assenza di interventi strutturali», le aziende non saranno in grado di sostenere il maggior costo del lavoro. Anzi, già «si cominciano a registrare segnali di cedimento anche nelle società che fino ad oggi hanno in qualche modo tenuto».
La diagnosi è quasi una sentenza senza appello. «Non esiste un'impresa del porto che possa definirsi in salute», dice la Filt Cgil mettendo l’accento su una serie di sintomi che finora hanno “mascherato” guai che potrebbe : richieste di utilizzo alla cassa integrazione scongiurate utilizzando giorni di ferie dei dipendenti, ritardi nel pagamento degli stipendi, difficoltà nella costruzione di contratti di secondo livello e notevole peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori sono fenomeni che affrontiamo quotidianamente».
E se è vero che il traffico container è cresciuto del 2% negli ultimi 12 mesi, è altrettanto vero che siamo lontani anni luce dagli standard pre-crisi: non solo «è nettamente calato» e «ha perso la sua redditività», senza contare che nel corso della settimana «sono ormai molti i giorni in cui le banchine sono completamente vuote». A ciò si aggiunga che «le aziende vedono aumentare i mancati avviamenti nonostante la ricerca di strumenti organizzativi improntati alla massima flessibilità dei lavoratori».
E le crociere? Rispetto al grido di allarme dei lavoratori del settore, la Filt Cgil è convinta che, più che sulla «bagarre delle banchine (dedicate o no)», bisogna guardare alla «programmazione di una vera politica dell'accoglienza turistica che ancora latita». Con una sottolineatura: quel settore crocieristico va fatto «rientrare a pieno nel sistema porto» dando ai lavoratori «la stessa dignità salariale e normativa del settore portuale».
C’è bisogno di ripartire dal “patto per il lavoro” difendendo l’occupazione nelle imprese art. 16 e 18 e potenziando il ruolo dell’ex Agelp (art. 17) «con la partecipazione di tutte le imprese del porto». Serve dare «solidità finan ziaria» e competitività alle imprese, invece – si afferma – il porto «sta diventando ormai terra di conquista del massimo ribasso tariffario, dove alcune imprese esistono solo perché offrono in cambio il sudore dei propri lavoratori e non perché siano in grado di offrire servizi di qualità». Il sindacato invoca «un salto di qualità» e uno scossone contro le lentezze burocratiche: le responsabilità – è l’atto d’accusa – «non sono solo della congiuntura economica mondiale, ma si individuano nelle cose che si possono fare e non vengono fatte». Nel mirino in particolare «la mancata riorganizzazione del settore ro-ro oggi in crisi».
La Filt Cgil dà l’altolà a ogni tentativo di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri: «Sono gli unici non responsabili e non dovranno pagare le inefficienze dovute alla scarsa lungimiranza di una parte della classe dirigente del porto labronico». E giù la stoccata finale: «La crisi non può essere più l'alibi per nascondere tutte le carenze del nostro sistema logistico/portuale».
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