Toscana
L’amarcord è la benzina ma è la nuova frontiera il motore per cambiare
C’è bisogno di una livornesità che non si limiti ai bozzetti I germogli del futuro ci sono, ora serve un cambio di passo
di ENRICO MANNARI
La “livornesità” è un'espressione che può prestarsi a diversi significati e a diversi usi. Certo, colpisce lo straordinario successo del blog promosso da Il Tirreno: “Sei livornese se…”. Abbiamo rivisto luoghi e personaggi familiari, in cui si sono felicemente amalgamati le espressioni vernacolari con gli stili di vita, il sarcasmo e lo sfrontato umorismo. Ricordi, aneddoti, battute che richiamano un sentire ed un condividere comune tanto più forte in un mondo "liquido", dove sembrano prevalere le incertezze sul futuro.
VOGLIA DI COMUNITÀ
Ma se non vogliamo ricadere nei soliti luoghi comuni, occorre chiedersi se questa sorta di vitalità “umorale”, con i suoi eccessi, ma anche con la voglia di sentirsi comunità, non possa essere anche un seme da non disperdere. È possibile passare dalla condivisione dei “ricordi” di un humus popolare, all'attivazione di una memoria stimolante che ci aiuti a progettare il futuro , come sollecita il direttore Roberto Bernabò, in un suo editoriale?
È ciò che ho tentato di fare nella mia lunga riflessione e che è stata colta proficuamente, nella diversità di approcci, negli interventi che si sono succeduti. Fare memoria significa sapere che cosa è accaduto, ma anche sapere che quel passato deve interloquire con le generazioni successive. Da qui il mio ragionamento sullo sguardo lungo della storia. Livorno, lo sappiamo, è una città inventata e nasce da un'idea politica. Il mio insistere su quella “diversità” che ha il suo crogiuolo tra il ’600 e l’800, è il voler cercare di guardare al futuro, ricollegandosi per ritessere un filo rosso di una città “glocal” ante litteram.
Qualcuno l'ha definita l'unica città “americana” (il primo consolato statunitense in Italia fu a Livorno nel 1794), cioè di una nuova frontiera, popolata da un esercito di pionieri, una città sopra le righe, che guarda al Mediterraneo. Ecco, sono i tratti di una “livornesità” le cui caratteristiche sono sconosciute al resto della Toscana: è un passato a cui guardiamo con l'interesse di chi vuole interrogarlo alla luce del presente. Non siamo di fronte ad un nuovo espediente retorico né al riproporsi di un vecchio localismo.
SE ATTECCHISCE LA CULTURA
Ormai sono molti gli studi, le ricerche, le esperienze reali che confermano come nel mondo globalizzato si possa partire dai territori, dalle città per invertire un declino. Da dove ripartire? Qualcuno mi ha chiesto: ma credi davvero che innovazione e cultura possano “attecchire” a Livorno? La domanda mi riporta alla mia insistenza sulla necessità di cambiare le nostre teste, il nostro modo di pensare e di guardare alla città. Si può parlare di porto pensandolo solo in termini di luogo di traffico delle merci e delle persone o non anche di idee e di cultura? Forse al crocierista potrebbero interessare percorsi ed eventi che illustrino come in questa città sia stata pubblicata la prima edizione de “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria ed una seconda edizione dell’Encyclopédie, e come questa sia la città di Fattori, Modigliani, Cappiello, Mascagni, Caproni… Ed ancora come la città abbia visto la presenza storica di tante comunità ed in particolare di quella ebraica le cui tracce sono rinvenibili a New York, a Parigi, a Istanbul, a Salonicco, in Messico.
CREARE PER RADICARE
L'attrattività urbana si deve alimentare anche di creazioni culturali trasformate in beni di consumo: mostrati, venduti, goduti. Ma anche di grandi eventi sportivi o musicali (vedi il PalaModigliani). E inscindibilmente legati a luoghi particolari che ne garantiscano «reputazione e autenticità», secondo la felice definizione del geografo inglese Allen J. Scott. Risorse immateriali, direbbero gli economisti che hanno calcolato che il denaro investito in eventi culturali, ad esempio 0,50 centesimi, può alimentare da 2 a 6 euro di pil.
Ed inoltre, Livorno non manca di un potenziale creativo fortemente legato alla contemporaneità e che si è manifestato in diversi settori: dalla musica ai fumetti, al design, al cinema, al teatro e che ha dato vita ad una serie di esperienze professionali di valore nazionale. È possibile pensare a rassegne ed eventi che ne mettano in luce le peculiarità?
Ed ancora non è un elemento di attrazione da valorizzare poter andare facilmente a fare surf il sabato o la domenica ai Tre Ponti o alle spiagge bianche di Vada?
È QUI L’INNOVAZIONE
Per quanto riguarda l’innovazione in settori avanzati dobbiamo registrare come negli ultimi anni si siano realizzate esperienze significative, attivando reti brevi, nel territorio, reti lunghe nel mondo: l’azienda aerospaziale Kayser, la facoltà di logistica, il centro di robotica dello Scoglio della Regina, adesso la Fondazione per le alte tecnologie e la logistica, aziende come Compolab. Ma la percezione che si ha è che ancora non si sia riusciti ad innestare un processo complessivo e virtuoso di innovazione nel tessuto economico e sociale della città. Lo stesso vale per le iniziative che indicano la possibile strada di una “smart city”. Non c'è ancora piena consapevolezza, per dirla con l'havardiano Michael Porter che «l'insieme è più grande della somma delle parti».
È QUESTIONE DI CLIMA
Ma la capacità di fare e di innovare è prima di tutto il frutto di un processo culturale, di un clima sociale dove le persone trovino facilità a inserirsi e si sentano stimolate a proporre, a provare, a misurarsi. Ma come si alimenta questo clima? Un ruolo importante spetta al governo locale che può promuovere scenari che valorizzino persone ed esperienze presenti, ridando vitalità a contenitori esistenti, offrendone anche la gestione a nuove forme di imprenditoria giovanile e cooperativa.
E per questo si potrebbe pensare ad un piano strategico, come è avvenuto in altre città, in cui un ruolo fondamentale venga attribuito ai temi come innovazione e impresa, formazione, conoscenza e ricerca, governance urbana, cultura e turismo. Un percorso in cui dovrebbero essere coinvolti soggetti diversi, pubblici e privati. Ecco, mi piacerebbe pensare ad una “livornesità” rinnovata, da nuova frontiera, che sfati quella sorta di mito tossico per cui a Livorno l’innovazione e la cultura non sono priorità.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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