Sicurezza
«Ecco come si vive alle
LIVORNO. Undici metri quadrati da dividere in quattro, dove se stai in piedi in due gli altri non possono starci. Il pranzo, un piatto di insalata e wurstel, su un tavolino a 30 centimetri dal wc....
LIVORNO. Undici metri quadrati da dividere in quattro, dove se stai in piedi in due gli altri non possono starci. Il pranzo, un piatto di insalata e wurstel, su un tavolino a 30 centimetri dal wc. Niente acqua calda, la muffa che copre ogni lembo di intonaco e un'unica doccia da dividere in 40. Si chiamerebbero “camere di pernottamento” perché è solo a questo che dovrebbero servire, e invece sono oltre 160 quelli che ci vivono. Quasi 24 ore su 24, chiusi in un incubo che più che di detenzione puzza d'inferno. È la drammatica situazione del carcere di Livorno che il garante dei detenuti, Marco Solimano non esita a definire “discarica sociale”. Perché oltre alle condizioni fatiscenti degli spazi, non si può non tener conto dell'emarginazione sociale della sua popolazione, di cui oltre il 57% è extracomunitario e più del 40% è tossicodipendente: «Molti di loro non dovrebbero neppure essere lì – spiegano Solimano e gli avvocati Vinicio Vannucci e Marco Talini che, in rappresentanza della Camera Penale di Livorno erano ieri mattina in visita al carcere – perché parliamo di reati minori, come quelli legati all'abuso di sostanze». È un problema enorme quello del sovraffollamento delle carceri, causato in larga parte, spiegano, dall'abuso della strumento della custodia cautelare, per cui sono molti i detenuti chiusi in carcere che non sono ancora stati condannati (e che costano allo Stato circa 160 euro al giorno). Nel caso di Livorno, oltre al danno c'è la beffa, se di beffa si può parlare: un padiglione nuovissimo con acqua calda, docce e giusta separazione tra gli spazi che è ultimato ma non viene aperto e non si capisce il perché. «Il padiglione sarebbe fondamentale per avere quegli spazi di socialità – continua Solimano – che permetterebbero il recupero dei detenuti attraverso lo studio e il lavoro». Recupero che, nei rari casi in cui viene effettuato, garantisce l'abbassamento delle probabilità della recidiva. «E' importante capire che garantire il rispetto dei diritti della persona in carcere e sostenerne il recupero rappresenta il miglior strumento per garantire la sicurezza di tutti i cittadini – ci tiene a sottolineare Vannucci – perché in queste condizioni chi entra in carcere, è impossibile che esca migliorato». Intanto qualcosa sembra muoversi: sarebbe già assegnata la gara d'appalto per la ristrutturazione dei due padiglioni carcerari chiusi dal 2011, i cui lavori dovrebbero partire a giugno.
Maria Giorgia Corolini
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