Il Tirreno

Livorno

IL COMMENTO / Il nostro terremoto silenzioso

di Fabrizio Brancoli
IL COMMENTO / Il nostro terremoto silenzioso

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Guardiamo queste foto, una per una. Case sventrate, montagne che ci cadono addosso. Fiumi che esondano, strade spaccate.

Ora immaginiamo di vederle per la prima volta, tornando da un viaggio nello spazio, o da un’isola deserta, insomma, vedendole senza conoscere i fatti e le notizie delle ultime settimane. La prima parola che salirebbe alle labbra sarebbe terremoto. Perché a questo assomigliano certe scene di devastazione e certe reazioni di impotenza. È il moloch che ci divora progressivamente, il gigante cattivo a cui sacrifichiamo territori, certezze e qualche volta anche vite umane. Un colosso malvagio e impietoso, che aggredisce le colline e le pianure, le costruzioni e le strisce d’asfalto. Ridotte a brandelli. Come prese a morsi.

Ma è un terremoto silenzioso. Resta nell’ombra, fa meno notizia e colpisce a tradimento, un fendente per volta. Se tutto questo fosse un delitto (e forse lo è), avrebbe l’aggravante della tortura.

Le foto di questo stillicidio si riferiscono a casi compresi in un periodo lungo un mese: una settimana dopo l’altra, il disastro con il silenziatore va a segno, puntuale, sbranando le sedi delle nostre vite, le traiettorie dei nostri percorsi urbani e gli scenari dei nostri panorami migliori. A volte, come è accaduto giorni fa a Volterra, ferisce il cuore della nostra storia demolendo tesori del patrimonio toscano, così immenso, irripetibile e anche delicato. Altre volte ci attacca frontalmente: sfonda gli argini dei fiumi, lancia proiettili di roccia contro le case dove abitiamo, frantuma le vie che attraversiamo.

Il vero terremoto non si prevede, al massimo puoi prepararti per quando arriverà; mentre il terremoto silenzioso potresti anche prevederlo. Ma dopo un dopoguerra italiano dominato dal debito pubblico che ora presenta il conto, scopri che non hai i soldi per salvare te e la tua storia. Serve un cambio di marcia, l’inserimento di questo tema nelle priorità strategiche per il territorio. Un’emergenza nazionale e locale, per la quale chiedere, anzi pretendere, investimenti di risorse economiche e umane, di talenti e di menti. Una vera politica del “prima” contro questi difficili e affannosi interventi del “dopo”.

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