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Livorno

Sparò a giostraio, condannato

Sparò a giostraio, condannato

Dieci anni e mezzo per il tentato omicidio. Movente: disaccordo su maxi bottino

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LIVORNO. Dieci anni e sei mesi di reclusione ad Antonino Fiaschè, fiorentino di 34 anni, per aver tentato di uccidere il giostraio Francesco Casella: un episodio che era successo in via dell’Artigianato, l’11 d’agosto del 2012. La condanna è arrivata ieri in tribunale, decisa dal collegio giudicante formato Carlo Cardi, insieme ad Antonio Del Forno e Tiziana Pasquali. Alla base dell’aggressione, ci sarebbe stata lite fra giostrai dovuta alla spartizione del maxibottino di vari furti. Nello stesso procedimento sono state condannate anche due donne per altri reati: 5 anni e 720 euro di multa a Maria Bono, abruzzese di 31 anni, moglie di Fiasché, per furto aggravato e ricettazione. La donna, secondo l’accusa, il 10 agosto 2012 (il giorno prima del tentato omicidio) a Castagneto Carducci aveva derubato in casa con l’inganno (disse alla vittima che cercava lavoro) una donna, portandole via con alcuni complici oro e preziosi di tutti i tipi. Condannata invece a due anni di reclusione e 600 euro di multa per ricettazione di oggetti d’oro trovati nel suo caravan, Angela Rasizza Scalora, 40 anni di Noto (Siracusa), moglie di Casella, vittima della sparatoria. La donna è stata invece assolta dall’accusa di aver commesso il furto aggravato con la Bono nell’abitazione di Castagneto.

Quel giorno al Picchianti Casella era stato colpito con 4 colpi di pistola (detenuta illegalmente da Fiaschè). Secondo gli inquirenti - tesi poi confermata dai giudici - il 34enne fiorentino voleva uccidere il rivale: lo dimostra il fatto che lo aveva colpito ai lombi, alla coscia destra e alla caviglia sinistra tanto che Casella era stato ricoverato in prognosi riservata.

Secondo gli inquirenti il gruppo di nomadi avrebbe compiuto decine di colpi su tutta la costa toscana, da Grosseto a Livorno. I carabinieri a fine agosto 2012 avevano trovato un vero e proprio tesoro, diviso fra Donoratico e una villa di Ardea (Roma), dove facevano base i tre nomadi: gioielli, orologi di gran marca e oggetti preziosi, per diverse centinaia di migliaia di euro. Una valanga di oggetti nascosti nelle intercapedini di una Volkswagen Polo bianca, nei cassetti della cucina e nei doppi fondi dei caravan usati dalle due famiglie di nomadi per spostarsi per l’Italia e all’interno della villa di Ardea, in provincia di Roma.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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