Il Tirreno

Livorno

Garibaldo il ribelle 102 candeline e cuore di ragazzo

di Mauro Zucchelli
Garibaldo il ribelle 102 candeline e cuore di ragazzo

La lunga avventura umana e politica dell’ex partigiano Vita di antifascista in tandem con la moglie Osmana

5 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Arriva l'assessore e i ragazzi gli fanno l'applausino quanto basta perché la prof non si arrabbi. Idem con il provveditore e poi con il presidente di non si è capito bene cosa ma dev’essere uno importante. Lo speaker adesso chiama sul palco un vecchietto minuto dai capelli bianchissimi e con gli occhi vispi da ragazzino. Scatta un applausone. «Ma quello lì lo conosco, è venuto anche in classe a parlare: è uno ganzo».

“Quello lì” è Garibaldo Benifei, una vita nella trincea dell'antifascismo. Ci sono quasi novant'anni di differenza eppure lo considerano uno di loro. Uno di casa: come fosse il nonno. Anzi, il bisnonno.

Come un romanzo. Ecco perché bisogna smetterla di raccontare la storia di Garibaldo andando sempre a pescare fotogrammi dall'album degli amarcord: potrebbe essere un romanzone popolare di Vasco Pratolini ma invece che alla Olivetti Lettera 32 si affida a Youtube. Anche se stiamo parlando di un “ragazzo” – forse senza neanche troppe virgolette – che oggi spegnerà 102 candeline sulla torta di compleanno.

Bisogna smetterla perché Benifei, dopo la militanza comunista (in clandestinità nel Ventennio fascista, poi nell’Italia repubblicana come dirigente di partito e nella cooperazione), non si è affatto messo in un angolino sul divano a fare zapping in tv: va nelle scuole a raccontare ai ragazzi la propria vita, senza frenesie né di primadonna né di eroe, ma con il gusto di chi la battaglia per la libertà non l’ha letta sui libri ma l’ha imparata in galera, nelle carceri speciali con Pertini. Non basta: se c’è da alzare la voce perché i bidoni tossici restano in fondo al mare, ecco che Garibaldo è lì in prima fila a raccogliere le firme e a sbraitare contro chi se ne sta con le mani in mano.

Soprattutto bisogna raccontarlo in tandem con Osmana, la moglie che di cognome fa Benetti e che ha 11 anni meno. Insieme stanno anche nell’associazione degli antifascisti sia in campo provinciale che nel consiglio nazionale.

Fedi d’acciaio, cuore inox. Il loro è stato il primo matrimonio civile celebrato a Livorno, confermano da Palazzo civico. Le fedi? Alla coppia le regalano gli operai del Cantiere, la fabbrica-mito delle lotte operaie: le forgiano in acciaio. Inox, visto che l’amore ha attraversato la storia d’Italia. Alla pari: Garibaldo combattendo da partigiano, Osmana facendo la staffetta. Con lei che prende i nastrini dal corredo per legare agli alberi messaggi politici destinati agli operai che passano da lì: non è una trovata di marketing, se la beccavano la cosa migliore che le potesse capitare era un bel po’ di galera per propaganda sovversiva.

In galera. Alle celle dei Domenicani un tipo come Garibaldo aveva fatto l’abbonamento. Con un paio di episodi singolari di cui ha tramandato lui stesso il ricordo. L’uno riguarda quella volta che era appena morto Ciano (e il regime voleva evitare che il lutto fosse incrinato dagli antifascisti): ecco che la polizia venne a aspettarlo sulla porta di casa in via Sant’Andrea per portarlo in prigione. Ma la strada per arrivarci era lunga e, siccome il poliziotto si era stufato, «io sono stato il primo galeotto condotto in cella sulla canna della bici». L’altro ha a che fare con il caos dopo l’8 settembre ’43 con lo Stato che si affloscia: è un maresciallo della questura ad avvertire Benifei che lo stanno cercando per arrestarlo.

No, non è il segno che clandestinità e carcere fossero roba all’acqua di rose. La prima volta lo sbattono dietro le sbarre a 21 anni («per tentata riorganizzazione del partito comunista, per propaganda ed apologia sovversiva e per stampa clandestina di manifesti sovversivi»): condannato a un anno dal Tribunale Speciale. Quanto basta perché fargli diventare la vita una odissea: viene fermato a ripetizione, nel ’39 tre volte perché sono «sospette le sue frequentazioni». E nel settembre di quell’anno l’Ovra, la polizia segreta fascista, lo arresta per rimetterlo nelle grinfie del Tribunale Speciale: e stavolta gli anni di castigo sono sette .

Le randellate. Altro che macchietta, il “morso” del Tribunale speciale l’ha assaggiato. E non c’è solo il divieto di andare a salutare la madre morente. L’establishment del regime non ha mandato giù il fatto che i funerali di Mario Camici, facchino comunista, si siano trasformati in una adunata di sovversivi proprio mentre la stella dei Ciano è al massimo del fulgore e il fascismo è al top dei consensi: figurarsi se quando lo beccavano si sarebbero fatti qualche problema per metterlo nelle mani della squadraccia di Fiorentina che lo randella ben bene nel garage della questura.

Se l’anziano combattente torna con la memoria a quei flash è semmai per vaccinare l’interlocutore da ogni tentazione di farne un santino da giaculatorie, lui che ha sempre preferito l’aplomb dell’anti-eroe. Con un corollario: anche negli anni del regime, contavano i rapporti con le persone. Niente sconti di colpa né attenuazione delle responsabilità: al contrario, se comunque all’individuo resta un margine per agire controcorrente, quanti non lo fanno non possono credersi assolti. Sono lo stesso coinvolti.

Il “noi” della famiglia. Nella storia di Benifei rimbalza anche l’aspetto di un “noi”: quello nel segno della politica e del movimento cooperativo sì, ma soprattutto quello della dimensione familiare che ne contrassegna passo dopo passo l’esistenza. Ovviamente il riferimento è al sodalizio lungo una vita con Osmana Benetti. Ma non è un segreto che fin dall’inizioil “noi” familiare sia stato decisivo. Intanto, per il nome: Garibaldo lo eredita dal padre che muore appena prima che lui nasca. Osmana invece ha dovuto fare i conti con un nome da maschio (Osman) perché in famiglia non volevano altre femmine.

Nella scia deI fratelli. Dalla famiglia non si eredita solo il nome ma anche un imprinting, un modo di raccontare a sé stessi la vita. Com’è stato per Garibaldo: dopo aver perso il babbo prima di aprire gli occhi di bebè sul mondo, è ancora un ragazzino di 10 anni quando gli squadristi costringono la sua famiglia, scomoda perché “sovversiva”, a andarsene da Campiglia. Di più: il fratello Rito era un anarchico schedato, l’altro fratello Eros è un dirigente comunista. È sulle tracce di quest’ultimo che avverrà la formazione politica di Garibaldo.Con un episodio-clou: a 12 anni fa il portantino in vetreria ed è fra quelli che guidano la rivolta contro i salari da fame. La voglia di ribellarsi ce l’aveva anche quando portava i pantaloni corti. E non gli è passata.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web