Il Tirreno

Livorno

Ruggeri: disponibile a candidarmi ma non decido da solo

di Juna Goti

Il capogruppo Pd in Regione a tutto tondo sulle primarie «Discontinuità? Intanto serve una nuova classe dirigente»

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LIVORNO. «La disponibilità c’era e resta, nei termini in cui l’ho presentata. Metterla sul tavolo è stato un atto di serietà nei confronti della mia città e del mio partito: visto che la ricerca nella società non ha dato i frutti che tutti speravamo, se la politica è chiamata non si può girare dall’altra parte». E subito dopo: «Io sono pronto a dare una mano, dopodiché non è una decisione che voglio prendere da solo» perché «la mia non è una disponibilità di quelle che “mi candido, raccolgo le firme, e chi c’è c’è”: un partito che arriva diviso e lacerato alle elezioni, soprattutto se di governo, non fa un buon servizio alla città e chi ha responsabilità deve contribuire a unire».

Dall’altra parte della cornetta c’è l’uomo su cui oggi una bella fetta del Pd punta come candidato sindaco: Marco Ruggeri, capogruppo in consiglio regionale, conferma di essere a disposizione («sarebbe stato sbagliato non metterci la faccia, come dice Renzi») ma si guarda bene dall’ufficializzare la candidatura. Lo farà, forse, lunedì, quando partirà la raccolta firme delle primarie. Che ancora non si sarà se saranno di partito o di coalizione, dopo l’assenza di ieri sera del Pd alle “primarie delle idee” di Sel. Ruggeri sembra voler mandare messaggi a quell’area del Pd, soprattutto i filo-Bolognesi, che gli sta facendo la guerra.

«Alla fine di questo percorso, prima di raccogliere le firme – ripete – decideremo qual è la situazione migliore, io sono a disposizione». Una disposizione «che è meditata e non pura cortesia». Insomma, «non volevo fare solo il gesto: ho messo lì il mio nome sapendo che se ci sarà il via libera, per me significherà fare una scelta che porta a una battaglia, a un cambio di impostazione, di vita, perché la Regione è un posto meraviglioso ma non è uguale a un Comune...».

Chi lo conosce bene racconta che negli ultimi giorni è apparso amareggiato, scocciato per le critiche piovute da una parte dei renziani livornesi. I filo Bolognesi sarebbero pronti ad appoggiare Luca Bussotti (ieri nuovi contatti), mentre gli Amici di Barca sponsorizzano Alberto Lenzi, di “Uniti”. Poi ci sono i dubbi rientrati di alcuni circoli, che però gli chiedono un passaggio davanti all’assemblea dei segretari.

Ruggeri controbatte che «non sono preoccupato di fare primarie né di coalizione né con più candidati del Pd» e che «se uno si candida a fare il sindaco di Livorno e non accetta le critiche è bene che faccia un altro mestiere». Il passaggio nei circoli? «Per uno come me che a questo partito deve tutto e che crede nei partiti, seppur riformati, è naturale ripartire da lì. Sarebbe difficile prendere lo slancio senza poggiare i piedi...».

«Se tutti insieme – mette in chiaro – riterremo che ci sono opzioni migliori, più forti, più autorevoli farò un passo indietro e la vivrò come un servizio che ho reso». Se invece «si riterrà che la mia proposta possa aiutare, mi metterò anima e corpo a fare la campagna elettorale per vincere le elezioni, sollevare un’idea di città e ricostruire quel rapporto tra politica e cittadini che è ancora più difficile dei programmi». «Invece di puntare tutti sulle differenze – lancia l’appello – puntiamo su ciò che ci unisce» perché «il rischio è che si faccia una discussione più simile a un congresso con lo sguardo rivolto al passato, che non a una campagna elettorale».

Ok, ma lui che è stato segretario del Pd e prima ancora dei Ds, come pensa di dare forma a quella richiesta di discontinuità arrivata dai renziani e non solo? «La discontinuità – risponde – sta nei fatti: si chiude una stagione e se ne apre una nuova». «Io – premette – non sono per buttare via sempre il bimbo con l’acqua sporca». Ma «la più profonda discontinuità sta nel fatto che questa città ha bisogno di una classe dirigente nuova, che non vuol dire giovane e basta: vuol dire rimettere in circolo idee, passioni, competenze che non è detto vengano tutte dalla politica. Non è una critica al vecchio, ci sono persone di cui ho una stima profonda...». Nel merito: «Non guardiamoci alle spalle, ma al futuro. A Livorno c’è bisogno di far lavorare la gente, di attrarre nuove attività produttive. Se si guarda al porto, serve una scossa: al di là delle cose buone fatte, come il Prg, serve un progetto che sfidi anche un po’ di conservatorismo, di paura del nuovo che c’è in questo mondo. Basta concorrenza fra di noi». «E poi – riprende – questa città ha bisogno di ricostruire nuovi settori, nuovi spazi: bene, in questo senso, il lavoro fatto allo Scoglio della Regina, l’ingresso dei saperi apre le porte a nuovi insediamenti». In generale «c’è da rileggere il sistema produttivo. È insopportabile che si pensi che si stava meglio quando si stava peggio. Nella tombola livornese il “si stava meglio “ è il è il 48: Livorno è il 50. Basta col disfattismo, questa città può uscire dalla crisi. E basta parlare sempre solo di noi guardando agli errori del passato. Errori – ammette – ce ne sono stati tanti: io c’ero, ho fatto cose buone e forse ho anche commesso degli errori, come tutti. Ma ho cercato di fare. Il punto è capire come si guarda avanti. Io compio 40 anni a luglio, mi metto a disposizione di un percorso, se mi ci metterò, in cui tutti mettano la faccia per tirare su la città. Poi ci sarà chi è appassionato di discussioni che guardano al passato: non io».

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