Il Tirreno

Livorno

Offshore fermo, per ora non ha clienti

di Mauro Zucchelli
Offshore fermo, per ora non ha clienti

Ma la società può avere dallo Stato ricavi garantiti (con un extra sulle bollette). E ora spunta l’idea del polo per il gas alle navi

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LIVORNO. È stato un fantasma per 11 anni: 12 miglia al largo della costa di Tirrenia non c’era ancora nemmeno un bullone ma l’idea di arrivare lì il “bombo- lone” del rigassificatore offshore ha innescato cortei, comitati e proteste. Inclusa una alluvione di firme per poter dire la pria con un referendum: prontamente dribblato dal Comune con uno slalom di scuse. Adesso l’ex nave metaniera trasformata in un terminale gas è laggiù davanti, nove miglia a nord ovest della Torre della Meloria: ma resta ugualmente un fantasma perché, dopo la fine del periodo di collaudo, benché formalmente in funzione (dal 20 dicembre scorso), il rigassificatore Olt si è ritrovato al palo. Zero contratti, almeno per adesso.

CASTIGATO DAL MERCATO

Non l’avevano fermato la mobilitazione della galassia No Offshore, che pure all’inizio di agosto era riuscita a portare in piazza migliaia di persone al “funerale del mare” quando il terminale è arrivato in zona. Non l’aveva bloccato la battaglia ambientalista, compreso Greenpeace, a colpi di carte da bollo contro la trasformazione del mare in area “industriale”, contro le quantità di cloro immesse in mare per i trattamenti anti-vegetativi. Paradossalmente l’ha stoppato proprio il mercato, cioè la logica in base alla quale era nato: da un lato, per liberarsi dalla “dittatura del tubo” (i gasdotti con Russia e Algeria, a rischio per le turbolenze politiche); dall’altro, in nome della crescita esponenziale della domanda di energia, che nel nostro Paese costa troppo e azzoppa la competitività delle imprese.

Risultato: gli scenari di mercato nello specifico settore del gas naturale liquefatto (lng) sono finiti sull’ottovolante della crisi. A cominciare dal fatto che la domanda di gas è in netto calo: meno 6,4% nell’ultimo anno, raddoppiando (e in modo ancor più consistente il calo di 4 punti registrato nel 2012). Fino a tornare negli ultimi dodici mesi a consumi al di sotto degli standard 2002.

Non basta: i borsini delle “commodities” dicono che le quotazioni del gas naturale sono più che dimezzate rispetto al 2008 (ma adesso con un rimbalzo verso l’alto che però riguarda l’Asia, soprattutto dopo che il Giappone ha utilizzato i rigassificatori per rimpiazzare il nucleare dopo lo choc del terremoto che ha messo ko Fukushima).

CONTRATTI FORMATO SPOT

In questo puzzle di effetti e controeffetti, bisogna metterne nel conto che l’estrema volatilità delle condizioni di mercato ha in pratica fatto sparire i contratti di medio-lungo periodo sostituiti da contratti-spot di breve o brevissima durata.

È una analisi sulla quale curiosamente si possono ritrovare accenti (quasi) simili tanto nel “fronte del no” che nel quartier generale dell’Olt.

L’azienda lo sottolinea per dire che è una fase congiunturale, una sorta di “rodaggio” commerciale (con i potenziali clienti rimasti alla finestra finché non è stata ultimata poco prima di Natale la fase di collaudo). Gli anti-offshore la pensano in modo del tutto diverso: macché difficoltà congiunturale, è tutta l’operazione a fare acqua sotto il profilo strategico.

E qui l’arcipelago dei contestatori batte un doppio tasto.

L’uno riguarda la composizione societaria di Olt: non sono le illazioni di sovversivi e stremisti ma le notizie della stampa confindustriale a dire che il colosso tedesco E.On – proprietario del 46,8% del rigassificatore (esattamente la stessa quota in mano a Iren, l’ex municipalizzata di Genova più Torino e parte dell’Emilia) – ha intenzione di fare la valigia e lasciare l’Italia cedendo i propri impianti con la regia di Goldman Sachs (con una “vendi- ta-spezzatino” che vedrebbe interessati Eni e i russi di Gazprom ma soprattutto Edison). E Iren? A novembre, in una call sui risultati del trimestre, i vertici della società avevano detto che l’uscita dal rigassificatore è «possibile nel futuro ma non è attuale oggi».

LA STAMPELLA DEI RICAVI

L’altro ha a che vedere con la “stampella” dei ricavi garantiti: cioè, in caso di difficoltà è lo Stato a assicurare comunque alla società del rigassificatore una quota di ricavi garantiti: il giornale on-line di Legambiente parla di una percentuale oltre il 70% della capacità dell’impianto. E chi paga? Gli utenti con un extra in bolletta.

È questo un tema sul quale era intervenuta anche l’Authority dell’Energia che aveva cancellato i ricavi garantiti: il Tar lombardo ha dato ragione a Olt ma l’Autorità di settore è andata al contrattacco e ha portato tutto in appello davanti al Consiglio di Stato.

OLT:PREVISTO DAL 2005

Dalla sede di Olt ribattono che non c’è un beneficio “ad aziendam”: i ricavi garantiti sono stati introdotti nove anni fa in nome dell’idea di mettere da una parte dei rischi gli operatori che avessero investito in rigassificatori. Come? Con la garanzia che, attraverso una sorta di “contributo di sistema” (tramite bollette), gli investitori avrebbero potuto contare su introiti comunque sicuri, indipendentemente da come avrebbe funzionato il business. Insomma, questo canale di approvvigionamento gas era ritenuto fondamentale per non rischiare intoppi sul fronte energia.

IL GAS PER I PORTI

Nelle ultime settimane è saltata fuori una novità che potrebbe cambiare il “mestiere” del rigassificatore. Ne abbiamo già dato conto parlando dell’ultimo convegno dell’Authority all’interporto: alla presentazione del progetto “gru verdi” c’era anche l’amministratore delegato di Olt, Peter Carolan. E se questo non è un segnale di forte interesse, dite voi cos’è.

Detto in sintesi: le flotta navali del Mediterraneo affronteranno fra breve la trasformazione che hanno già avuto nel Baltico con l’obbligo di stare al di sotto di certi standard di emissioni inquinanti. Conseguenza: i motori delle navi riconvertiti a gas. Ma se anche una Panda ha bisogno di sapere dov’è il distributore di metano, figuriamoci una nave chimichiera. Ci vuole la “pompa” del gas sulle banchine. E siccome non è pensabile che tutto questo sia gestibile con grandi navi gasiere, l’offshore livornese si è di fatto candidato a diventare il polo di rifornimento delle bettoline che poi servirebbero i distributori del gas nei porti dell’Alto Tirreno.

Ma questo è uno scenario del futuro prossimo venturo: per l’immediato l’Olt punta ad avere in questi giorni l’ok del ministero per poter ricevere navi fino a 155mila metri cubi, cioè l’80% della flotta di metaniere in circolazione. Solo che se non arrivano i contratti, aumentare la capacità serve a poco.

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