Il Tirreno

Livorno

Ex Pirelli, la fabbrica felice ha lasciato il posto al degrado

Ex Pirelli, la fabbrica felice ha lasciato il posto al degrado

La testimonianza dell’ex dipendente Maurizio Giorgi: «L’azienda dava lavoro a 600 persone, oggi quel luogo abbandonato fa piangere il cuore».

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LIVORNO. C’è un buco nero nel cuore di Livorno, largo più di cinquemila metri quadri e profondo oltre trent’anni. Un pezzo mancante e dimenticato nel mosaico cittadino. Una struttura in grave stato di abbandono, un tempo simbolo dell’attività industriale locale. Una storia cominciata nel 1906, quando l’ampio lotto accanto al Parterre ospitò il complesso industriale della Società italiana conduttori elettrici (Sice), e proseguita nel 1955 con l’acquisto della fabbrica da parte della Pirelli. Il trend si è interrotto negli anni ’80: la produzione fu trasferita in zona industriale (l’aquisizione della Prysmian è storia recente). Tra viale Carducci e via della Meridiana sono rimasti così degrado e sporcizia, che rispondono al nome di “ex Pirelli”.

«Una visione che fa piangere il cuore», commenta Maurizio Giorgi. Un sentimento condiviso da tutti i livornesi che, visitando il parco Pertini o camminando lungo il marciapiede in direzione ospedale, gettano un occhio all’interno dei capannoni fatiscenti. Per Maurizio, però, quello scempio è ancora più significativo: è una ferita aperta da trentadue anni. Lui, che si definisce un “livornese verace”, è un ex dipendente Pirelli. «Ho lavorato in azienda per 40 anni, vivendo l’esperienza del trasferimento dell’attività al Picchianti, avvenuto nel 1982».

Non solo. Quei locali, oggi desolatamente vuoti, per Maurizio rappresentano una seconda casa. Suo nonno era l’autista di dirigenti e direttori dell’azienda. «All’epoca - racconta - doveva essere sempre reperibile, perciò acquistò un’abitazione in via dell’Olmo. Mia madre - prosegue - è cresciuta tra casa e fabbrica, e anche lei ha lavorato alla Pirelli. Infine - aggiunge - è toccato a me. Ho ricoperto molte mansioni: la principale è stata quella di responsabile dei tempi di lavorazione e della programmazione del lavoro».

Maurizio rievoca con nostalgia l’attività presente nei capannoni nel secolo scorso. Come in una “trasformazione cinematografica”, descrive le immagini che ritornano alla mente: alla sua stanza si accedeva dall’ingresso di viale Carducci, nell’ala dove trovavano posto gli uffici amministrativi e le scrivanie di dirigenti e direttori. Il cuore pulsante della fabbrica era nella parte retrostante. La produzione era divisa in due attività: guarnizioni per cavi telefonici o per quelli dell’energia elettrica.

«I cavi telefonici - spiega Maurizio - rifornivano la Sip: i macchinari permettevano di isolare i fili con la carta. Per i cavi a energia - aggiunge - le macchine trattavano la gomma grezza, ottenendo la guaina che veniva usata dall’Enel e dalle Ferrovie».

Negli anni ’70 la Pirelli dava lavoro a circa 600 livornesi. «Il personale era diviso in tre turni da 200 dipendenti ciascuno. Ripensandoci ora, mi vengono i brividi a immaginare il via-vai di persone, scadenzato dal suono della sirena».

Nel 1983 il complesso fu acquisito nel patrimonio comunale. In seguito furono demoliti i fabbricati industriali confinanti col Parterre. Ma la maggior parte dei capannoni è ancora in piedi. Per lungo tempo hanno ospitato rifiuti e sporcizia di ogni genere: mattoni, assi di legno, lastre di marmo, tubi, sanitari, vasi, sedie di plastica, materiale metallico. E poi ancora cumuli di terra, sacchetti dell’immondizia, bottiglie, stracci e materassi sporchi, segno di come l’edificio fosse diventato un rifugio per tanti senzatetto.

Nel 2013, dopo i numerosi reportage del Tirreno, il Comune (che in passato aveva usato l’edificio come magazzino) ha sgomebrato l’area e ha interdetto all’uso la struttura per problemi di sicurezza (sostituendo le reti metalliche arrugginite con una struttura in ferro più resistente).

Di interventi di ristrutturazione, però, neanche l’ombra. Così il quadro resta desolante e la sporcizia torna a prendere il sopravvento. «Un paio di settimane fa - rivela Maurizio - durante una trasmissione televisiva, per telefono ho descritto al sindaco il grave degrado dell’ex Pirelli. Ha liquidato la questione in fretta, dicendo che i capannoni sono un esempio di “archeologia industriale”. Perciò, fino a ora non è stato possibile trovare una soluzione. Sono rimasto così scioccato dalla risposta da non riuscire a replicare. La mia speranza - conclude lo storico dipendente della Pirelli - è che la forza della carta stampata sia superiore alla burocrazia. Abbandonare per oltre trent’anni quell’edificio nel cuore della città è uno spregio nei confronti dei livornesi».

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di Redazione web