Gioco
Porto, Costalli già al bivio fra nomine e crociere
Nel primo discorso il presidente lancia segnali sulla società dello scalo passeggeri Strigliata alla città: «Smetta di immaginarsi come un mondo a parte e apra le porte»
LIVORNO. Neanche il tempo di mettersi seduto sulla poltronissima con affaccio su piazza Civica ed ecco che davanti a Sergio Costalli, l’uomo forte della Coop diventato presidente della Camera di commercio dopo i 12 anni nel segno di Roberto Nardi, si spalancheranno i mille problemi di una città in crisi:visti con gli occhi delle imprese. Con un sussulto d’orgoglio che Costalli ha puntato a dare fin dall’intervento di insediamento: «La decadenza non è un destino».
La prolusione subito dopo l’insediamento non può che essere episcopale ed ecumenica: a maggior ragione dopo una elezione avvenuta per acclamazione a chiusura di una stagione di durissimi scontri. Ma è possibile leggervi dentro anche alcuni accenni che sembrano prendere di petto anche questioni tanto incandescenti quanto concrete: a cominciare ad esempio dal ruolo che Costalli vorrà giocare sul fronte della Porto di Livorno 2000, la società pubblica (al 72% dell’Authority, il resto in mano alla Camera di commercio) che gestisce lo scalo crociere e traghetti.
Porto 2000: privatizzazione al bivio. L’Authority ha annunciato l’intenzione di vendere le quote per scendere sotto il 50% come richiesto dalla legge: l’advisor è al lavoro e dovrà indicare i valori di mercato, suggerire i tempi per vendere al meglio, presentare gli scenari. E la Camera di commercio, cosa farà? Non è un segreto che Nardi volesse accelerare sulla privatizzazione. Lo farà anche Costalli?
Il neopresidente tiene le mani libere invocando scelte che valutino «ogni singolo caso per sé, senza inopportune generalizzazioni». C’è un capoverso della prolusione dedicato per intero al «dibattito aperto in merito alla privatizzazione o al mantenimento, magari sotto altre forme, del controllo pubblico di società di servizio e di scopo, partecipate in ambito locale»: ovviamente c’è «l’obbligo di un preciso e puntuale rispetto della normativa vigente», ma guai a incatenarsi all’«atteggiamento ideologico con il quale l’argomento è stato da alcune parti affrontato».
Ci pensa lui stesso a fare la traduzione: la «proprietà pubblica non è sempre un male e l’intervento privato non costituisce sempre un toccasana». Occhio a: 1) un «programma più generale di sviluppo»; 2) le «diverse utilità» da «approfondire in maniera ben dettagliata»; 3) «ben comprendere e ben valutare l’interesse pubblico»; 4) chiara determinazione «del rapporto costi/ricavi»; 5) ludica individuazione di «quali criticità possano trasformarsi in opportunità».
Authority: lo zampino nel toto-nomina. Non è l’unica questione del porto in cui Costalli avrà gran voce in capitolo. L’altra viene quasi a ruota e riguarda l’iter di nomina del presidente dell’Authority: Giuliano Gallanti scade agli inizi di aprile del prossimo anno, dunque l’iter va completato sotto l’albero di Natale e prima di appendere la calza della Befana. Ma l’esperienza dei round precedenti insegna che la corsa parte ben prima: per prendere il posto a Marcucci nel luglio 2003, il sindaco di Capraia fece la designazione a metà novembre dell’anno prima. Idem alla fine del quadriennio di Piccini: sei mesi prima della data-clou eravamo via al valzer sui nomi.
Stavolta, in mezzo c’è l’avvicendamento al timone degli altri due Palazzi di piazza Civica: Cosimi lascia il Comune e Kutufà la Provincia, potrebbe essere Costalli a dettare il tempo dell’iter.
Ingegneri, venite all’Ardenza... Può darsi che Costalli, attivo sull’asse fra Cecina-Rosignano e l’Emilia dal cuore coop, non avesse in mente il celebre postulato labronico “Meglio disoccupato all’Ardenza che ingegnere a Milano”. Ma nella prolusione del debutto prova ad argomentare che l’alta qualità di vita può smetterla di essere in rotta di collisione con la cultura imprenditoriale diffusa e l’etica del lavoro che regna altrove: è come se invitasse – sottolinea – a farne «un elevato vantaggio competitivo» nell’«ottica della competizione globale».
Livorno si pensa come isola. Il passato (mal conosciuto) ce lo raffiguriamo come un Eden, ora pensiamo di essere la sentina di tutti i guai del creato: da felice a infelice ma pur sempre “isola”. Ecco come si vedono i livornesi, dice Costalli. «L’immaginario collettivo della rimanente parte della provincia – dice uno che da quel mondo arriva – tende a vedere nel capoluogo una città distante, adagiata su se stessa in quanto pervasa da un alto senso di sé, di unicità e di autosufficienza sociale e culturale». E giù una sferzata: «Nel mondo globalizzato Livorno o è “il mondo” oppure sembra chiudersi su se stessa, non cerca e non vuole vie diverse, alternative, mediazioni e commistioni; vive per sé, in una cultura propria, tutta cittadina, che, in tempo di crisi, archiviati gli antichi splendori, si è trasformata in cultura dell’attesa e del passaggio».
E ora, smettiamo di chiuderci nel guscio. «Livorno è la Toscana che si proietta nel Mediterraneo ed è il Mediterraneo che entra nella Toscana». Il solito giochino di parole che non dice nulla? Costalli giura di no: anzi, invita la città a «rompere gli argini e superare quelle barriere mentali che si è tanto impegnata per erigersi intorno». La conclusione del primo discorso pubblico di Costalli è la scommessa su una idea strategica: alzare la testa «dalle obbligate impellenze», e diventare paradigma culturale, cioè «simbolo dello stile di vita toscano, tanto ricercato e ambito all’estero». Come? Nel segno della coesione ma anche passando «attraverso il diverso utilizzo del suo porto e del suo territorio». Delle due l’una: o sono chiacchiere o c’è il rischio di vederne delle belle.
Mauro Zucchelli
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