Il Tirreno

Livorno

"Cara Dina, babbino ti bacia " Dopo 70 anni le lettere dal lager

di Federico Lazzotti
"Cara Dina, babbino ti bacia " Dopo 70 anni le lettere dal lager

Ecco i biglietti segreti del padre mai conosciuto morto ad Auschwitz a 21 anni e conservati dalla figlia. «La memoria va conservata per non dimenticare» - FOTO

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LIVORNO. Le ultime lettere del padre che non ha mai conosciuto le ha tenute in un cassetto per 70 anni. Il tempo le ha ingiallite, scolorite, ma non cancellate. In mezzo a biglietti con il francobollo di Re Vittorio Emanuele III c’è una foto in bianco e nero di un ragazzo che non ride: le labbra serrate, i capelli all’indietro, indossa giacca e camicia e non arriva a 20 anni.

Il suo nome è Dino Bueno, ebreo e livornese, lavorava alle vetrerie italiane era padre e voleva sposare una ragazza cristiana. È morto nel campo di concentramento di Auschwitz in un giorno senza tempo né data, dopo essere stato arrestato l’8 dicembre del 1943 a Marlia, in provincia di Lucca, dove era sfollato insieme a tutta la famiglia. Poi è rimasto in carcere a Bagni di Lucca fino al febbraio del 1944. Da lì ha preso la strada per l’inferno di Auschwitz.

Sua figlia Dina, allora non aveva ancora 8 mesi. Ora che va per i 71 anni, ha 4 figli e vive a Livorno in via Modigliani, la strada dedicata al grande artista ebreo, ha deciso di aprire lo scrigno dei ricordi in concomitanza con La giornata della Memoria.

«L’ho fatto - dice - per ricordare mio padre e il suo sacrificio. Ma anche perché mi sono detta che se non lo avessi fatto me ne sarei pentita. Io avevo solo pochi mesi quando è stato deportato e quindi non l’ho mai conosciuto, però la figura paterna mi è sempre mancata. Me ne sono accorta soprattutto quando a mia volta sono diventata madre. Mia mamma, allora, aveva appena 17 anni ed era cristiana e dal dolore per la perdita del suo amore si è ammalata. Gli anni successivi - va avanti –li ha passati ricoverata nei sanatori. Ecco perché sono stata cresciuta da mia nonna».

lettera

(Nella foto una delle cartoline postali inviate dalla libreria)

Le conseguenze del Male sono state un domino che forse non si è ancora fermato. «La mia adolescenza - va avanti Dina sfogliando il libro dei ricordi - non è stata facile: volevo studiare. Ero brava a scuola, una volta ho anche vinto un premio per un tema. Ma a 10 anni sono stata costretta ad andare a lavorare da mio zio che aveva uno studio nel quale si sviluppavano le foto, tutto il giorno al buio a passare i negativi. Ma così sono riuscita a mantenere mia madre. Lei era ed è rimasta senza pensione perché a causa delle leggi razziali non aveva potuto sposarlo e la pensione non le è stata mai riconosciuta».

Nei momenti più tristi, Dina ha aperto la cassaforte dei ricordi e ha ripreso in mano le ultime lettere scritte nel carcere di Bagni di Lucca e inviate da suo padre. Dentro si legge la speranza di tornare a casa. La voglia di riabbracciare i propri cari, le rassicurazioni. Mai la paura.

«Cara Neva - è l’inizio dell’ultima, datata 4 gennaio 1944 - o mio dolce amore, oggi per me è stato il più bel giorno della mia vita perché ho ricevuto la tua cara lettera che l’aspettavo con ansia. Oggi ti ho mandato a dire per posta una lettera dove dicevo che ancora non ho ricevuto una riga. Passeranno, ma ora sono contento di sapere tue notizie».

Dentro alle due paginette scritte con l’inchiostro nero, si rivolge al suocero a cui chiede «di avere un permesso dai carabinieri del posto oppure al comando militare di Lucca». E poi il pensiero alla figlia: «Mia cara Dina come stai, spero tu stia bene, così seguirai al tuo babbino. Ho ricevuto la tua cartolina e quella di tua mammina».

memoriaDino sognava di riabbracciare «la mia cara adorata e indimenticata Neva». Le dice: «Quando avrai il permesso vieni dal tuo Dino che ti ha sempre portato nel cuore. Neva vieni che ti attendo con ansia infinita. Neva ho tanto bisogno del tuo amore e dei tuoi baci. Ti aspetto, ricevi un bel bacio». E poi la richiesta: «Rispondimi», scritto tutto in maiuscolo. Ai «Carissimi suoceri - prosegue - scrivo due righe per farvi sapere le mie notizie, il vostro Dino sta bene così spero anche tutti voi. Riceve un grosso bacio, vostro Dino». L’ultimo pensiero al «Caro nonno, il tuo nipote sta bene così spero che sia di te, ricevi un bel bacio tuo Dino».

Quello che è successo dopo lo racconta la figlia.

«Da Bagni Di Lucca vennero trasferiti a Roma e infine in Germania, in treno. Quello che è successo nel campo di concentramento me lo ha raccontato mio cugino, uno dei pochi che si è salvato da quell’orrore. Lui è riuscito a scappare fingendo di essere morto. Si è messo in mezzo ai cadaveri ed è uscito. Lo aveva proposto anche a mio padre, ma lui ebbe paura e rimase dentro al lager. Anche il giorno prima che li arrestassero i carabinieri vennero a casa e dissero a tutti che il giorno successivo sarebbero venuti a prenderli. Mio nonno, ad esempio, scappò, non si fece trovare, mentre mio padre restò e venne portato via». (Nella foto Dina Bueno)

 

I baci che Dina non ha ricevuto da suo padre li ha cercati nel biglietto che lui le ha inviato il 31 dicembre del ’43. «Tanti baci alla mia piccola Dina», c’è scritto sul retro della lettera nella quale Dino Bueno «rammenta (al suo amore) la bella ora che si è passato insieme», augurandosi «che presto tu verrai a trovarmi».

La loro storia d’amore era iniziata due anni prima. «Mia madre andò a lavorare come commessa dai genitori di mio padre, che avevano una merceria. Si innamorarono e anche se erano di religioni diverse i loro genitori non fecero alcun problema. Anzi. Andarono addirittura a vivere insieme. Ma quando mia madre usciva di casa mi raccontava che la gente per strada la offendeva. Le sputava accusandola di essersi fidanzata con un ebreo. Ma lei non ci faceva caso. E dire che era una bambina: aveva appena 16 anni e mio padre pochi di più».

Oggi Dina guarda il libro della Memoria e cerca di tenere vivi i ricordi condividendo il passato. «Sul mio corpo l’olocausto non ha avuto conseguenze. Ma sulla mia mente sì. Come è avvenuto a tutte quelle famiglie rimaste sole, private dei figli e degli affetti in tenera età. Dentro sento sempre una malinconia latente che mi è passata solo quando Frida Misul mi ha portato il suo diario raccontandomi di mio padre e dalla loro conoscenza. L’altra sera, ad esempio, quando in tv passavano le immagini della Shoah invece di guardarla l’ho spenta».

Per aprire il cassetto dei ricordi e cercare un altro bacio, l’ultimo, di un padre che adesso ha fatto conoscere a tutti.

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