Il Tirreno

Livorno

Se il destino finisce in una non-stazione

di Fabrizio Brancoli

Il commento alla tragedia della ragazzina uccisa dal treno in corsa a 15 anni

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Le nostre vite di corsa, di fretta, di ansia, di distrazione. E i treni, lanciati, che davanti a quelle vite non possono fermarsi, missili senza cambio di traiettoria.. Queste morti consumate in un attimo, nel frastuono e nella velocità. Troppe volte. Troppi casi.

Il passaggio a livello di via di Candiano, a San Miniato Basso, è chiuso. Ma Grigoreta ha fretta e si infila sotto le sbarre. È l'ultimo giorno del 2013 e di lei, badante romena di cinquantanove anni, il macchinista del treno 3139 ricorderà per sempre l'ultimo gesto: un braccio sollevato verso quel mostro che le sta correndo incontro, a 140 chilometri all'ora, e che tra un istante la dilanierà. Di lei restano poche cose, sparpagliate sull'argine: un portafoglio rosso, una borsetta e un portachiavi con una coccinella. Doveva essere un portafortuna.

Michelangelo, trentotto anni, lavoratore pendolare di Capannori, l'8 gennaio è a Vicchio quando evita il camminamento guidato di superficie; passa sui binari mentre un treno giunge in stazione. Viene travolto: morirà poco dopo.

Venerdì, a Pescia, in stazione, un uomo di sessantatrè anni, marocchino, tenta di attraversare i binari con una bicicletta a tracolla, mentre passa il regionale: il treno lo colpisce di striscio, lui finisce in prognosi riservata.

Poi, ieri, l'atroce fine di questa ragazzina bellissima, con gli occhi chiari e grandi, che nelle foto sembra guardarci e chiederci di non dimenticarla. È la storia di Aurora, quindici anni, portata via da un treno nella stazione di Cascina dopo che aveva evitato il sottopasso, come tanti, come tutti, come negli altri giorni. Lo strazio di suo padre lungo il binario, chino sulla figlia coperta dal telo bianco, lacera il nostro sguardo e si imprime sulla coscienza. Marchiato, non rimuovibile.

Quattro storie in tre settimane. Tutti convinti di farcela, tutti sorpresi da un impatto sovrumano. Tre morti. Famiglie distrutte, amici inebetiti, macchinisti segnati nella psiche e nella memoria. Che cosa sta accadendo? C'è sempre - comoda, solida, salvifica - la teoria della coincidenza: quattro destini si sono raggrumati sul calendario e per questo ci colpiscono di più, ma sarebbe vano cercare cause tecniche, motivazioni rimediabili, perché  è una coincidenza.

Però c'è qualcosa che tiene insieme San Miniato, Vicchio, Pescia e Cascina. Non ha a che fare con le generazioni. Non è la distrazione ingenua, sognante e divertita degli adolescenti come Aurora, che vivono con la sensazione di magia e di intangibilità che solo un quindicenne sa provare. No, non è quello; e non è il riflesso rallentato di un uomo con una bici a tracolla, né la fretta di un pendolare, o la stanchezza di una donna.

Quello che hanno in comune queste vite finite è che percorrono un mondo diverso da quello presupposto. Un mondo dove le stazioni sono non-stazioni, scatole vuote di una società che rumina e digerisce i posti di lavoro, gli assetti, le presenze dell'uomo nei luoghi. Un mondo dove gli avvisi sonori, il capostazione con il cappello rosso, la paletta, il fischio di avvertimento e pure la multa severa, erano regola e non eccezione. Un mondo dove le stazioni erano i santuari laici delle nostre abitudini urbane, ma non santuari deserti, senza clero né chierichetti, come accade oggi. Stazioni vuote o frequentate da chi non dovrebbe starci, pensiline sotto alle quali condividiamo solitudini e attese, ma non siamo più vigilati, se non dagli occhi delle telecamere, che potranno scovare un colpevole o un vandalo, ma non ci salveranno la vita se faremo una sciocchezza. Avere qualcuno che ti dice che stai sbagliando è diventato un lusso.

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