Il Tirreno

Livorno

Armi chimiche siriane, oggi il governo dice in quale porto

di Mauro Zucchelli
Armi chimiche siriane, oggi il governo dice in quale porto

Anche Livorno con il fiato sospeso: Camp Darby è vicino, Comune e Authority negano segnali da Roma E il toto-previsioni della stampa internazionale indica prevalentemente scali nel Meridione

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LIVORNO. Oggi il governo dirà quale porto metterà a disposizione della "santa alleanza" internazionale che neutralizzerà le armi chimiche del regime siriano: la scelta potrà ricadere su Livorno? Sia da Palazzo Civico che dal quartier generale dell’Authority smentiscono di esser stati contattati dal governo in tal senso. Però l’ipotesi fa capolino in qualche blog, anche se la stampa internazionale sembra orientata a dar credito al fatto che la scelta alla fine ricadrà su altri scali italiani.

L’accordo internazionale multipolare per disinnescare l’arsenale chimico del regime di Damasco è quel che ha evitato l'esplodere dell'incandescente situazione mediorientale con il rischio che la guerra civile siriana si trasformasse in un altro Iraq, ma stavolta affacciato sul Mediterraneo. Come se già non bastassero le fortissime tensioni in Egitto e in Libia, oltre alla mai risolta questione palestinese, a tenere il cerino acceso davanti a una polveriera che tiene costantemente sul tavolo il rischio di un grande conflitto internazionale nel cortile di casa nostra.

Però mentre altri tasselli di questo sforzo delle diplomazie di mezzo mondo hanno messo a disposizione le proprie navi per portar via dalla Siria i gas letali (e la Germania ha fornito gli impianti di smaltimento definitivo), l'Italia ha puntato a ritagliarsi un ruolo di primo piano offrendo un porto come base logistica dell'operazione.

Ed è qui che scoppia la grana: quale porto? Poco importa che il ministro degli esteri Emma Bonino, regista dell’operazione diplomatica, abbia insistito a dire che l’operazione avverrà da nave a nave senza toccare banchina né richiedere stoccaggi a terra e per una durata di 48 ore.Ovvio che nessuno voglia avere sull'uscio di casa una operazione che sembra esser fonte solo di rischi e di guai.

Oggi potrebbe esserci un rinvio della decisione ma lo sconsiglia il pressing sulle date che le forze internazionali stanno compiendo sull’Italia: è già slittato il termine del 31 dicembre che l’Opcw, l’organizzazione internazionale che si occupa di disarmo chimico, aveva fissato con l’intesa di tutti. Il nuovo termine, eccezion fatta per

E per far capire bene la musica, un quotidiano ben introdotto nell’establishment Usa come il Wall Street Journal ha puntato il dito contro il fatto che alcune città portuali italiane mettono i bastoni fra le ruote all’operazione. A cominciare da Cagliari, che buona parte degli osservatori aveva messo sotto i riflettori come possibile destinazione.

In Sardegna ci sono le elezioni il 16 febbraio e, nella caccia ai consensi, il governatore Ugo Cappellacci ha minacciato un Vietnam istituzionale contro l'eventuale scelta del porto cagliaritano. Possibile che il governo a guida Pd non voglia avventurarsi su questo terreno.

Sempre nell’isola sarda, vengono ritenute papabili realtà come La Maddalena o Capo Teulada. Dalla “Nuova Sardegna” arriva una segnalazione da non trascurare: da giorni i traghetti Saremar fanno la spola fra il molo dell’isola di Santo Stefano e Palau per svuotare i depositi sottoroccia da grossi container che vengono poi trasportati chissà dove da camion militari. Comunque, fin dall’inizio l’informazione anglosassone, Bbc compresa, sembra orientata a immaginare più una soluzione al Sud fra Brindisi e Taranto in Puglia, Gioia Tauro in Calabria, Augusta in Sicilia. Come campo base logistico a servizio della “Cape Ray”, la nave Usa (ex saudita) lunga 197 metri che è stata attrezzata con una apparecchiatura per l’idrolisi che dovrà dissolvere le 700 tonnellate di agenti chimici vietatissimi. Dove? In realtà, non a terra bensì in acque internazionali al largo. Al largo di cosa? L’ipotesi più accreditata punta al tratto di mare che sta fra la Sicilia e la Libia.

Livorno, cosa c’entra? Al di là delle smentite provenienti da fonti istituzionali, a indicare Livorno è un sito napoletano Fanpage.it che indica anche Taranto e Gioia Tauro. Livorno sembra soprattutto una deduzione: la vicinanza di Camp Darby offrirebbe un appoggio logistico agli americani che hanno in mano l’operazione di distruzione vera e propria degli agenti chimici siriani. Al tempo stesso è il medesimo sito a indicare come controindicazione l’alto tasso di sindacalizzazione dei portuali e il rischio di ritrovarsi in difficoltà per proteste. Basti pensare al 2003 e a quel che accadde per l’imbarco di armi destinate alla guerra in Iraq.

La vicinanza di Camp Darby viene messa in evidenza anche da Meditelegraph, il sito di informazione marittima mediterranea basato a Genova: se la base militare statunitense a Tombolo richiama l’attenzione su Livorno, almeno a giudizio del sito genovese, a maggior ragione la presenza dell’Arsenale della Marina a La Spezia potrebbe calamitare la scelta proprio sullo scalo spezzino. Ma tanto l’Authority livornese quanto quella spezzina non vedono affatto di buon occhio una simile ipotesi e lo dicono chiaramente.

La scelta di Livorno dovrebbe fare i conti anche con la vicinanza di qualcos’altro. Se guardiamo in mare, il riferimento è al terminal di rigassificazione offshore presente a 12 miglia dalla costa di Tirrenia. Se guardiamo a terra, abbiamo nel raggio di cinque chilometri una delle aree a rischio rilevante di incidente industriale censite in Italia.

Ma nelle ultime ore sembra che sia tornata sotto i riflettori del governo la scelta di un porto a sud: è più vicino all’area dove si posizionerà la nave americana per la dissoluzione chimica dei gas vietati.

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