La protesta
Il prete-partigiano benedì la bara di Ciano ucciso dal suocero-duce
Da un ciclostilato parrocchiale riemerge una incredibile storia dimenticata di un giovedì di 70 anni fa: l’ex numero 2 del fascismo sepolto all’alba dopo l’inutile blitz della moglie (e dell’amante) per salvarlo
LIVORNO. Intorno alla bara la scena di sempre: il prete prega schizzando l'acqua benedetta; i familiari zitti, chi piangendo e chi ingoiando lacrime, dolore e rabbia. Uguale a mille, un milione, un miliardo di altre volte: salvo forse per il fatto che non è ancora sorto il sole e non è ora da funerali. Ma al cimitero della Purificazione, quel giovedì del gennaio di 70 anni fa esatti esatti, tutto quell'affollarsi di figuri in camicia nera dice che il tizio nella bara era uno importante: è vero, è Galeazzo Ciano, genero del duce e dal duce lasciato in pasto al plotone d'esecuzione che, meno di 48 ore prima, lo ha fucilato. La condanna a morte l’ha decisa il processo-farsa ai “traditori” che sei mesi prima, nella notte del Gran Consiglio, hanno provato a far fuori politicamente Mussolini per salvare il regime e traghettare l'Italia fuori da una guerra che la sta stroncando.
Galeazzo era il potentissimo figlio del potentissimo Costanzo, il più longevo dei ministri del duce: ora lo tumulano sì accanto ai familiari ma praticamente di nascosto, mentre i nazisti hanno già cacciato i livornesi dal centro creando una enorme “zona nera” off limits per chiunque.
Ma di arcipotenti caduti in disgrazia – perfino ad opera di familiari – è strapiena la storia. Per scoprire cosa sta accadendo di fuori dall’ordinario bisogna guardare in faccia quel prete con gli occhiali che ha in mano aspersorio e breviario. Si chiama don Roberto Angeli, e non è un prete come tutti gli altri: è un prete partigiano, simbolo della Resistenza di parte cattolica, tant'è che di lì a pochi mesi i tedeschi lo arresteranno per spedirlo nel lager di Mauthausen. La sera prima in parrocchia l’hanno cercato alcuni fedeli, gli hanno chiesto semplicemente di andare a dir messa al camposanto della Purificazione l'indomani mattina alle 6.
L’AMARCORD DI FIGARA
SUL FOGLIO DI S. AGOSTINO
Il fotogramma è rimasto nascosto nelle pagine di un bollettino parrocchiale: a firma di uno dei principali collaboratori di don Angeli, Aroldo Figara, morto nel 2004. L'ha scritto nel 1980 su “Noi insieme”, giornalino ciclostilato di Sant'Agostino (diretto da un giovanissimo don Paolo Razzauti), in un numero tutto dedicato proprio a don Angeli. L’ha scovato lo storico Gianluca della Maggiore, collaboratore dell'Istituto storico della Resistenza e della Società Contemporanea, che lo cita in un passo del volume dedicato a don Angeli (“Dio ci ha creati liberi”) stampato sei anni fa dalla casa editrice labronica Editasca. Una rivelazione da valutare con cautela, dice lo studioso che più a lungo ha studiato la figura del prete «ribelle per amore»: parla di «fatto di difficile inquadramento» e chiede «ulteriori indagini». Ma il linguaggio di Figara è alquanto diretto e esplicito, e il suo rapporto con don Angeli direttissimo.
Difficile credere che fra i tipi della milizia fascista nessuno sappia chi è quel prete che sta benedicendo la salma di Galeazzo Ciano: non se la sentono di piantare una gazzarra ma, come racconterà poi Figara, gli impediscono in malo modo di dire ai familiari del defunto anche solo due parole di «cordoglio cristiano».
Che differenza rispetto al ’39, nella stagione del consenso al regime: a fine giugno i funerali del padre Costanzo erano stati una epopea da cinegiornale della propaganda dell’Istituto Luce, quattro mesi più tardi anche per la morte della sorella Maria la città gli si stringe attorno (Galeazzo racconterà nei diari che «ancora una volta, piegato dal dolore, ho percorso la città della mia infanzia tra due ali di popolo che mostrava di soffrire con me»). Adesso no: eppure la città (Livorno) è la stessa, il cimitero (Purificazione) è esattamente lo stesso e sono passati appena cinque anni…
±GLI ULTIMI GIORNI:
UN ROMANZO D’APPENDICE
L'episodio pressoché sconosciuto della salma del numero due del fascismo benedetta dal prete-partigiano è l'ultima scena di un copione esistenziale che, a cavallo fra il 25 luglio 1943 (la sfiducia a Mussolini votata dal Gran Consiglio del fascismo) e l'11 gennaio successivo (la fucilazione di Ciano a Verona), sembra senz'altro un romanzone d'appendice. È su questa scia che si è mosso il docu-film “Io e il duce” firmato dal regista tv Alberto Negrin con un cast super fra Anthony Hopkins, Susan Sarandon, Bob Hoskins e Annie Girardot (e la nomination per programma tv dell'anno). Ma forse niente – neanche la lettura delle memorie dei protagonisti – riesce a raccontare questa storia dal di dentro come in “Morte di Galeazzo Ciano”ha fatto nel '98 lo scrittore Enzo Siciliano con un testo portato sul palcoscenico teatrale dal regista Marco Tullio Giordana (e tanto Siciliano che Giordana sono uomini di sinistra...).
Del resto, gli ingredienti per il romanzone ci sono tutti. A cominciare dalla figura di Galeazzo, che è uno strano mix: un po' playboy sciupafemmine e un po' talento in ascesa nella diplomazia europea, un po' spregiudicato utilizzatore del filo diretto con il suocero-duce e un po' voce che conserva quel quid di autonomia rispetto a Mussolini. Quasi un Francis Scott Fitzgerald in orbace che ama i vini della Mosella, il capello ben pettinato e il fazzoletto di seta col profumo chic. Non è forse l'uomo che, nel '39, da un lato il 22 maggio firma il “patto d'acciaio” con la Germania nazista e, dall'altro, il 16 dicembre seguente, pronuncia alla Camera il discorso-chiave del tentativo di sganciamento con la “non belligeranza” italiana? È una strategia da funambolo sul filo: niente rottura con Hitler, anzi amiconi più di prima, ma l'Italia per entrare in guerra chiede un sostegno talmente faraonico (sarebbero stati necessari 17mila treni) che è un modo per prendere tempo sull'orlo dell'abisso d'una Europa in fiamme.
EDDA E LA LOVE STORY
CON IL DIRIGENTE PCI
Al di là dell'identikit umano e politico di Ciano junior, nella trama possiamo mettere il rapporto con Edda, la figlia del duce: anche lei, figura tutt'altro che semplice da catalogare, se è vero che dopo la guerra, inviata al confino all'isola siciliana di Lipari vivrà una appassionata storia d'amore con Leonida Bongiorno, dirigente del Pci. Complicato anche il legame di lei con il padre, a maggior ragione dopo che il duce mette a morte Galeazzo come traditore: le donne, sposandosi, prendevano sì il cognome del marito ma quel presentarsi come Edda Ciano sarà qualcosa di più. Lo ritroveremo perfino sulla tomba: il fatto di essere «nata Mussolini» finisce solo al quinto rigo, dopo i titoli nobiliari.
Sembra un film ed è in questo recinto che rimaniamo: sullo sfondo restano gli interrogativi sul ruolo giocato da Ciano nella guerra d’Etiopa e nell’uso criminale dei gas, sul fronte delle leggi razziali per spogliare i casati di ebrei e potersi arricchire, sulle responsabilità negli orrori del regime. Ne riparleremo.
MOGLIE E AMANTE UNITE
PER SALVARE GALEAZZO
Invece l'ennesimo capitolo di questo “fogliettone” riguarda gli ultimissimi giorni di Galeazzo Ciano nel carcere degli Scalzi: un tourbillon di tentativi di farlo uscire. Con la moglie Edda che le prova davvero di tutte: facendosi ricevere da Hitler e offrendo in cambio della fuga del marito la consegna dei diari di Galeazzo che avrebbero potuto imbarazzare la Germania (perfino con la vicenda del trafugamento del malloppo delle carte di Ciano ritrovate grazie alla taglia messa dalla mamma). Non basta: Edda, durante la fuga verso la Svizzera con il fido conte Pucci, arriva a addirittura a far squadra con la spia Ss frau Beetz che prima per motivi di servizio e poi per amore diventa amante di Galeazzo chiuso nella cella 27 (ma non disdegnerà poi di tornar fedele ai suoi comandanti nazisti nelle successive missioni).
Si potrebbe proseguire la telenovela: 1) giocando su Claretta Petacci che scrive al suo "Ben" (Mussolini) per chiedere di liberare Galeazzo; 2) fissando i riflettori su Alessandro Pavolini, toscano pure lui e pure lui bon vivant (con una love story con la diva livornese Doris Duranti), che da amicone di Galeazzo si trasforma in carnefice sbarrando ogni canale che possa far arrivare la domanda di grazia a Mussolini; 3) chiamando sulla scena i "traditori dei traditori", come Tullio Cianetti che nel Gran Consiglio prima impallina Mussolini poi si pente.
Il riassunto di tutto però è quel filmato che gira su Youtube: dietro la macchina da presa c'è un cineoperatore inviato dalle Ss per avere la prova che gli italiani non combineranno qualcosa in extremis per salvare Ciano, l'anti-tedesco al quale Hitler e Himmler l'avevano giurata. Fucilazione, stando seduti, volgendo la schiena al plotone d'esecuzione come per l'ultima ingiuria ai traditori. Ciano rifiuta la benda e l'ultima cosa che fa è girarsi verso chi lo fucilerà: con un sorriso ironico, così beffardo e così livornese per lui che proprio tanto livornese non si sentiva. L'ultimo sberleffo a chi lo ammazza: mi sparate alla schiena ma io vi guardo negli occhi. Pagherà caro anche quello: le fucilate non lo ammazzano, agonizzerà finché il capitano non lo finirà con due colpi alla testa.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
