Il Tirreno

Livorno

Natale e futuro non brillano come prima

Simone Lenzi

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È tempo ormai di disfare l'albero. Ricordo una vecchia valigia delle coperte Somma, in origine parte del corredo di mia madre, che poi era servita per tenerci gli addobbi natalizi. Un sentore di naftalina, i fogli di giornali che incartavano le palline una ad una, il puntale, le luci, e certi addobbi sgargianti che tradivano il gusto degli anni settanta.

E tutto questo, chiuso per un anno nella valigia Somma, andava componendo un odore molto specifico che riconoscerei ancora adesso fra un milione di odori e che per me era l’odore inconfondibile delle feste.
Lo riconoscerei al volo, dicevo, anche se so che non lo sentirò mai più.
Anche allora, come ora, il giorno dopo Befana toccava riporre tutto: pallina per pallina (salvo quelle che si erano rotte e si sarebbero dovuto ricomprare), il riduttore per l’intermittenza delle luci, i festoni, il puntale sbilenco.
Una meticolosa operazione di disillusione la cui portata avrei capito solo più tardi, al Liceo, leggendo quanto canta Leopardi sulla distanza abissale che passa fra le grandi aspettative del sabato e le modeste realtà della domenica.
Riposto tutto, le insegne delle festa sarebbero così rimaste per un anno intero nel ripostiglio in giardino, a ricomporre quell’odore denso di piombo di fogli di giornale (questo giornale, per la precisione), che avremmo poi ritrovato intatto l’anno dopo, al primo giorno di vacanza.
Questo odore che non sentirò mai più mi serve oggi, in assenza, a misurare con più precisione le cose del presente.
Il fatto cioè che niente mi appaia più così luminoso, così denso di aspettative, che non ci sia più nessuna valigia piena di promesse di felicità, né alcun pacco incartato che mi faccia restare insonne nel letto a pensare che cosa mai possa racchiudere, dipende in realtà dal fatto che sono invecchiato e che, come tutti quelli che non sono più bambini, tendo a credere che il meglio sia passato.
E se questo è per tutti inevitabile, credo non si debba, nel giudicare il presente, escludere la possibilità che proprio questo foglio di giornale, in cui si parla di un odore che non avremo più occasione di sentire, possa servire in questi giorni a incartare un’altra pallina di Natale, ovvero un’altra piccola parte di quella enorme disillusione che vale però a ricordarci che siamo stati capaci di credere in qualcosa.
Magari qualcuno, rileggendo così queste righe per caso fra qualche anno, potrebbe concludere con me che se non ci sono più le stagioni di una volta è solo perché ognuno resta attaccato alla propria e nessuna stagione dura per sempre.
Ma va benissimo così.

 

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