Il Tirreno

Livorno

Che nostalgia per quei bòtti del 1980

Simone Lenzi

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Ho come la sensazione che l'epoca dei botti di capodanno sia finita per sempre. Come ne sono finite altre, del resto. Quella dei giardini pensili di Babilonia, o degli eserciti splendidamente bardati del Rinascimento, o quella dello sbuffo dei treni a vapore nella prateria, così alla fine anche quella della pirotecnica domestica è finita per sempre. Strade e piazze aspettano in silenzio il nuovo anno.
Ma nel 1980, ricordo, io e un’altra quindicina di bimbetti facemmo i botti di capodanno più definitivi della nostra vita.
Avevamo cominciato ad accumulare i nostri piccoli tesori esplosivi a partire dai primi di dicembre, destinando tutte le paghette e gli extra natalizi allo scopo. Eravamo andati ammassando per giorni buste piene di cose dai nomi ormai desueti: ciccioli, raudi, miccette, topi matti, fontane, stelle, razzi.
Arrivati al trentuno, avevamo messo insieme l’arsenale con cui avremmo voluto salutare l’avvento di un radioso 1981, mentre i miei genitori, a cena dagli zii, ci lasciavano a disposizione la casa, sotto l’occhio abbastanza vigile ma per niente autoritario e comunque presbite di mio nonno (di cui si narrava peraltro che molti anni prima avesse salutato il 1950 facendo brillare una granata residuata di guerra nel campo davanti casa). Ci eravamo riforniti alla baracchina dello Zio (zio di chi non si era mai capito) in via Lorenzini, e presso l’abitazione di una vecchia detta ’la nana’ (ma che nana non era), che abitava alle case popolari alla Padula e organizzava ogni anno un piccolo spaccio domestico di botti, probabilmente di importazione parallela e napoletanissima. Cominciata la festa, per uno slancio ipocritamente comunistico volto a non mettere a disagio chi aveva di meno, ma che in realtà tradiva soprattutto una cieca volontà di potenza, decidemmo di mettere tutto in un’unica grande busta, che lasciammo poi sotto il termosifone acceso. Vuoi quindi per il fatto che l’arsenale fosse già al calduccio, vuoi perché proprio a me cadde una fontana accesa dentro la busta, alle 11 e 30, in netto anticipo sul conto alla rovescia della televisione, in casa mia si scatenò l’inferno.
Mio nonno e il suo amico Novaro, nonno a sua volta di uno di noi, testimoniarono il giorno dopo che una cosa così non l’avevano vista neanche durante i bombardamenti.
“Neanche al fronte”, disse Novaro. Mio nonno fu portato la sera stessa al pronto soccorso con una mano ustionata, perché dopo averci sfollato velocemente in giardino, era rimasto offeso nel tentativo di chiudere la porta per circoscrivere le esplosioni.
La cucina andò completamente distrutta. Fu insomma quella del 1980 una fine d’anno che parve piuttosto una fine del mondo. Terribile e spaventosa come l’apocalisse dalle cui ceneri sarebbe risorto il futuro, quando ancora sentivamo di averne uno.

 

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