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Livorno

«Il nostro piano salva-ippodromo ignorato da tutti»

«Il nostro piano salva-ippodromo ignorato da tutti»

Attilio D’Alesio attacca l’amministrazione: a Napoli con un progetto simile hanno salvato Agnano

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LIVORNO. «La questione del personale è senz'altro importante. Intanto, però, restiamo a guardare un ippodromo che, dopo aver fatto la storia di Livorno, semplicemente muore». È questa l'amara considerazione di Attilio D'Alesio, ex assessore allo sport e storica guida del Caprilli.

Mentre a Palazzo civico le bocche restano cucite sulla possibilità per i venti lavoratori della Labronica di usufruire della mobilità tra partecipate, l'attuale presidente del Coordinamento nazionale degli ippodromi riporta l'attenzione sulla più ampia problematica di un impianto che sta scivolando verso scenari sempre meno confortanti.

«Ho grandi preoccupazioni sul futuro - dice D'Alesio - Entro il 31 dicembre 2013 - ricorda - sarebbero dovute accadere alcune cose. C'erano scadenze da rispettare. Non solo: Alfea avrebbe dovuto gestire l'impianto già dal gennaio scorso. Eppure, al di là delle chiacchiere, fino a oggi non c'è stato nulla di ufficiale. Se una società - aggiunge - si prende l'impegno di gestire una struttura, dovrebbe dare seguito all'intendimento. Invece a Livorno siamo sempre ai "si dice", senza alcuna traccia di atti concreti».

A complicare le cose c'è un quadro nazionale molto complesso: «La prossima settimana - rivela D'Alesio - abbiamo una serie di incontri a Roma: parleremo con i sindacati e con tutti gli stakeholders, prima di una riunione presso il Ministero delle Politiche Agricole. Ancora non sappiamo ciò che prevede la legge di stabilità sui finanziamenti all'ippica. La situazione è grave, basti pensare alla chiusura di impianti popolari come quelli di Milano o Tor di Valle».

Eppure in Italia non mancano realtà che si sono rialzate, dopo essere state messe in ginocchio dalla crisi del sistema. È il caso dell'ippodromo di Agnano, riaperto da settembre scorso: il Comune di Napoli ha indetto un bando per la gestione di dodici mesi dell'impianto, tempo necessario affinché venga messo a punto e si concluda un bando europeo. Ad aggiudicarsi la gestione provvisoria è stata una cordata di imprenditori napoletani. «La società creatasi per l'occasione - spiega D'Alesio - si chiama "Ippodromi partenopei". Con rammarico, mi viene da pensare che noi avremmo potuto avere la nostra associazione di "Ippodromi labronici"...».

Il riferimento è alla proposta che l'ex assessore presentò all'amministrazione nel marzo scorso. «C'era persino un piano industriale dettagliato - sottolinea - Ma nessuno ha preso in considerazione la nostra iniziativa».

La proposta, lo ricordiamo, prevedeva la costituzione di un'associazione temporanea di imprese tra soggetti imprenditoriali e no profit, pronti a gestire la struttura da maggio, con una serie di misure ad hoc: corse su quattro mesi, gestione diretta di bar e ristorante, conferma dell'agenzia ippica. Il piano industriale stimava i costi in un milione di euro, con ricavi di poco superiori. «Tra questi - ribadisce D'Alesio - 900mila euro sarebbero arrivati dalla convenzione in atto col Ministero, quindi sarebbero stati certi». Qualcuno storse il naso davanti all'ipotesi di riassunzione di tutti i dipendenti con un taglio degli stipendi pari al 25%: «Vero. Ma se l'operazione fosse andata in porto, ora staremmo parlando di contratti superiori ai mille euro mensili, non degli 800 e spiccioli proposti dalla soluzione del golf a Banditella...».

«Quello del personale - ripete il presidente del Coordinamento - è un problema serio. Ma un ippodromo chiuso è una catastrofe. Il Caprilli, un tempo salotto buono di Livorno, abbandonato, o relegato al ruolo di "succursale" di un impianto pisano: angosciante. Se si tirasse fuori oggi quel piano industriale di marzo, una strada diversa sarebbe ancora percorribile».

Giorgio Carlini

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