Gioco
Schianto all’incrocio muore dopo 5 mesi «È duplice omicidio»
Nell’incidente al semaforo aveva perso la vita la figlia «Il conducente dell’auto passò col rosso e andava veloce»
LIVORNO. Annamaria Valenti, 76 anni, molti dei quali trascorsi dietro alla cattedra della scuola elementare Pilo Albertelli, ha lottato per cinque mesi con le ferite riportate nell’incidente del 28 luglio scorso lungo il viale Nazario Sauro.
Quella domenica mattina l’ex maestra in pensione, era in auto in compagnia della figlia Letizia, 46 anni, e la nipote quindicenne. Insieme stavano andando a fare la spesa alla Coop de La Rosa a bordo di una Polo Volkswagen, dopo sarebbero andate al mare. La viabilità in quella zona era stata cambiata da un paio di mesi tra le polemiche di automobilisti e residenti imbufaliti e le rassicurazioni del Comune.
Le tre donne erano ferme al semaforo di via Caduti del Lavoro; quando è scattato il verde, l’auto - è la ricostruzione - ha attraversato l’incrocio, ma prima di raggiungere via Cattaneo è stata travolta da un Bmw che proveniva da Barriera Margherita, diretta verso i cimiteri della Misericordia.
Chi ha assistito allo schianto ha raccontato agli investigatori di una «carambola paurosa» nella quale è rimasta coinvolta anche un’altra auto. Letizia Gori che era alla guida dell’utilitaria finita poi contro un albero, è morta sul colpo, la figlia se l’è cavata con qualche graffio, mentre la madre è stata ricoverata in gravissime condizioni.
La cartella clinica dell’anziana parlava «di una brutta emorragia nella zona del bacino, un brutto trauma cranico e lesioni su gran parte del corpo». «Da quel giorno ha girato tre ospedali e i medici hanno provato in tutti i modi a salvarla». Sabato scorso il decesso. Adesso la Procura di Livorno ha disposto sul corpo della donna l’autopsia per mettere nero su bianco il collegamento causa effetto tra l’incidente e la scomparsa. Solo quando saranno ultimati gli esami arriverà l’ok per i funerali.
L’inchiesta della Procura
Il decesso di Annamaria Valenti è arrivato a pochi giorni dalla chiusura delle indagini da parte del pubblico ministero Massimo Mannucci sullo schianto. L’unico indagato è il conducente della Bmw Elian Bushi, 37 anni, origini albanesi. Fino a ieri l’accusa nei suoi confronti era quella di omicidio colposo. Ma adesso il capo d’imputazione - confermano gli investigatori dovrà essere corretto in duplice omicidio colposo.
La perizia
Al centro dell’inchiesta c’è la perizia che il pubblico ministero ha affidato al l’ingegner Domenico Trovato. All’indomani della tragedia il magistrato aveva chiesto all’esperto di accertare - si legge nel conferimento - «la dinamica del sinistro con particolare riferimento allo stato dei luoghi e dei mezzi coinvolti, alla segnaletica stradale e alla condotta di guida e la velocità dell'indagato e dei mezzi coinvolti. Evidenziando violazioni al codice della strada o quant'altro rilevi ai fini di giustizia». Dunque, oltre alla dinamica dello schianto, il magistrato ha voluto verificare la regolarità dell'incrocio. In particolare legata alla segnaletica orizzontale e alla tempistica dei quattro semafori che gestiscono il traffico tra via Cattaneo, via Caduti del Lavoro e il viale Nazario Sauro.
Le risposte sono contenute in una relazione di una cinquantina di pagine dalla quale dipenderà molto del destino dell’inchiesta. I rilievi degli esperti hanno confermato due sospetti che erano emersi nelle ore successive allo schianto: il conducente è passato con il rosso e andava ben oltre il limite consentito in quel tratto. Ma c’è di più.
Dalla ricostruzione è stato calcolato che nel momento in cui la Bmw ha bucato il semaforo, il rosso era scattato da un tempo compreso tra i 13 e i 14 secondi. Un conteggio che deriva dagli 8 secondi in cui l’incrocio resta bloccato, a cui va sommato il tempo di reazione dell’automobilista quando scatta il verde su via Caduti del Lavoro e quello che impiega ad arrivare dall’altra parte.
Per quello che riguarda la velocità, invece, dai rilievi è emerso che la Bmw procedeva ad una velocità di circa 80 chilometri orari, trenta in più di quelli consentiti nel centro abitato.
Un piccolo giallo, invece, riguarda l’iniziale positività del trentasetteenne alla cocaina. Le tracce, infatti, vennero rilevate nelle urine del conducente. Ma come spiegarono gli stessi agenti, questo poteva significare che l’assunzione risalisse ad un momento precedente, anche molto distante nel tempo.
Ecco perché l’uomo è stato sottoposto ad una sorta di contro-analisi che al contrario delle prime, non hanno rilevato tracce di sostanze stupefacenti nel sangue.
Federico Lazzotti
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