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Livorno

Poveri noi, se frana il monte delle pensioni

Poveri noi, se frana il monte delle pensioni

Nardi: Livorno ha una economia con identikit sempre più da Meridione fra il mattone e la “cassa”

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LIVORNO. Finché siamo finiti nelle sabbie mobili della crisi non eravamo che “cicale”: quel che entrava in tasca lo spendevamo. La crisi morde ai polpacci e riduce i redditi che entrano in ciascuna famiglia. Ma all’inizio abbiamo creduto che fosse una cosa passeggera: un’aggiustatina magari navigando a vista, un po’ tagliuzzando qualche spesa e un po’ intaccando i risparmi (meglio se altrui, con gli anziani genitori che diventano “banca”). «Ma è dal 2011 che nessuno se la sente più di dire che la tempesta è passeggera. E allora, che si fa? Ci si mangia il patrimonio: i risparmi delle generazioni precedenti».

Parole di Roberto Nardi, presidente della Camera di commercio nello sprint finale dei suoi 11 anni al timone. Lo fa per indicare una serie di “fotogrammi”, contraddittori sì ma forse solo in apparenza (perché può darsi che si riferiscano a ceti sociali differenti).

Ad esempio, visto con gli occhi delle banche: non c’è nessun terremoto sui conti in banca, anzi spesso sono cresciuti pure in tempo di crisi. Segno che c’è chi riesce a risparmiare: e forse fugge dal mattone (un conto è avere 200mila euro in titoli di Stato e ben altro è averli cristallizzati in una proprietà immobiliare che non riesci a vendere). Al tempo stesso, un segnale in direzione ostinatamente contraria arriva dalle sofferenze bancari, cioè i crediti che sarà difficile riscuotere perché il debitore è insolvente o quasi: nella fotografia di fine giugno, la nostra provincia mostrava un’impennata del 63,7% rispetto a dodici mesi prima. Ben più del doppio del resto della Toscana (più 26,8%) e oltre il triplo del dato nazionale (più 20,3%).

Non basta: Nardi nota il calo (meno 1,8%) degli impieghi vivi, sempre a metà 2013, mentre nel resto della Toscana crescono di almeno mezzo punto. Indizio di cosa? Di un identikit economico – dice – che «scivola sempre più verso il Sud: mercato immobiliare, ammortizzatori sociali, pensioni e non molto altro».

Non è la prima volta che Nardi suona questa musica: sa bene di sottovalutare deliberatamente il fatto che proprio questa montagna di pensioni (più cassintegrazione e “mattone”) sono l’ammortizzatore sociale sul quale contare per provare a riformare senza traumi choc il modello economico locale. Se insiste semmai per suonare la sirena dell’allarme è perché – ripete – questo tipo di reddito si sta sgretolando sotto i nostri piedi. Tradotto: i pensionati di domani (ma forse già di oggi) non potranno sostenere i figli precarissimi perché, con il passaggio al sistema previdenziale contributivo, sarà già un lusso se gli anziani riusciranno a cavarsela con il proprio reddito. Altro che pagare le bollette o il mutuo ai figli...

Troppo triste e mesta questa previsione? Aspettate di sentire quel che dice Nardi sulla disoccupazione. E qui non sono tentativi di strologare il futuro bensì le percentuali di oggi. Eccole: l’ultimo dato, quello di fine giugno, dice che nella nostra provincia il tasso di disoccupazione è al 14% (mentre quello toscano non arriva all’8%. Già dodici mesi prima eravamo ben più alti del resto della nostra regione (9,6% noi, 6,6% loro), ma in appena un anno il divario è raddoppiato: da tre a sei punti percentuali.

E non è tutto, basta guardare fra gli under 24: nelle altre province toscane la disoccupazione sta sotto il 29% ed è scesa, da noi è quasi il doppio (53,4% ed è cresciuta di cinque punti nell’ultimo anno). E nella fascia 25-34 anni? Figuriamoci: nella nostra provincia l’esercito dei senza lavoro è balzato in appena un anno dal 15,9% al 23,7%. Più del doppio di quel che accade nelle altre zone della nostra regione (10,7%).

Il dossier dell’ente camerale mette giù una sfilza di dati (e anche gli interventi della Cciaa a sostegno dell’economia). Ma anche una ulteriore sottolineatuira alla voce “cassa integrazione”: gli ammortizzatori sociali (in fase di esaurimento) – dice Nardi – «sono il “lavoro che non c’è” che mangia il “lavoro che potrebbe esserci”». Nel senso che inghiotte un mare di risorse pubbliche «senza uscire da una logica di sussidio che mette qualche cerottino ma non crea nemmeno una briciola di sviluppo».

Mauro Zucchelli

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