Gioco
Un film con lo spessore e il sapore dell’America
Bentivoglio, Golino, Gifuni e Bruni Tedeschi perfetti nel dar vita a un plot intrigante e complesso
I simboli ci sono tutti, quelli della ricchezza ostentata e quelli della ricchezza agognata. La villa, la borsa di Hermes, l’home cinema per proiettare un assai fuori luogo Carmelo Bene da una parte e l’appartamento piccolo borghese con la tavola apparecchiata in fretta e furia e l’albero di natale minimal-triste dall’altra. Ed è proprio da qui, dai piccoli dettagli, che “Il capitale umano” schizza verso la grandezza di una storia che corre lasciando senza fiato, divisa in capitoli, il piano temporale che si ripete ma ogni volta da una prospettiva diversa e sono tanti film nel film, il passato che diventa presente e la fuga è verso un finale a sorpresa. La storia, rivista e corretta in terra Italiana (la Brianza) è più o meno quella che lo scrittore Stephen Amidon nel suo omonimo romanzo ha ambientato nel Connecticut.
Prima di tutto c’è un povero cristo in bicicletta che muore, investito nella notte da un’auto pirata. Sarà lui il vero protagonista, il fantasma che aleggerà sulle vite di tutti. Poi ci sono loro, i vivi e dannati. Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio perfettamente spregevole) che a quella che crede la grande occasione per saltare nel mondo dei ricchi abbocca come un pesce. C’è Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni, gelidamente senza cuore) che invece ricco lo è e lo è sempre stato, gioca sporco con la finanza e non si farà scrupolo di trascinare l’adorante Ossola nella rovina. Poi ci sono le donne e i figli. Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi ci mette anima e testa, e si vede) che sognava di fare l’attrice e ora è una signora annoiata e infelice con quel rimpianto per una vita artistica che neppure sa immaginarsi, ormai abituata a comprare tutto, anche un teatro con incluso velleitario e meschino professore meridionale (Luigi Lo Cascio perfetto nei panni del simil intellettuale).
E poi c’è la compagna di Ossola, la psicologa Roberta Morelli (Valeria Golino sa come farne risaltare semplicità e coerenza) che si muove inconsapevolmente onesta in una storia che di onesto ha ben poco. Infine “i ragazzi”, Serena Ossola e Massimiliano Bernaschi (due scoperte di Virzì, i bravissimi Matilde Gioli e Guglielmo Pinelli, studenti prestati al cinema). Saranno loro, e l’incidente nel quale in qualche modo sono tutti e due coinvolti, il collante di tutta la vicenda. E saranno anche quelli che ne usciranno meglio, lontani dalle piccinerie dei grandi e dalla loro spregiudicatezza. Intreccio complesso ma gruppo perfetto, tutti pronti ad una sorta di auto-terapia per non tradire la missione e i personaggi e questo è merito anche di Virzì, che ai suoi attori dà non ordini ma appunto una responsabilità che va oltre l’interpretazione. In cambio li avvolge con quello sguardo spietato sulle miserie umane sempre più chirurgico, li mette in gioco con una regia ormai anche tecnicamente ineccepibile e confeziona per loro un film che ha lo spessore, il sapore e il dolore d’America.
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