Gioco
Socci, il fabbro artista che dipingeva in segreto
Dopo la morte di Giovanni i familiari hanno trovato oltre 500 opere del noto artigiano di via Sardi: «Nessuno conosceva questa sua passione»
LIVORNO. “Chiamo il Socci?”, si usa ancora dire in città quando una persona si trova ad avere problemi con chiavi e serrature.
Perché questo era per tutti Giovanni Socci: un fabbro. Il migliore di Livorno. Di quelli unici, capace di mantenere viva l’attività della famiglia fino alla sua morte, avvenuta lo scorso aprile poco dopo aver compiuto 83 anni. Un’attività nata in via Sardi nel lontano 1865 che è stata per generazioni un punto di riferimento per tutta la città al punto tale che il cognome Socci è praticamente diventato un sinonimo tutto livornese della parola fabbro.
Ma la verità è che Giovanni non lo era un fabbro. La sua vera anima, nascosta a tutti, compresa la famiglia, non era grigio piombo, ma una tavolozza di colori e la sua mano non era dura come il ferro, ma delicata come quella di artista. Un artista vero, a tutto tondo.
Socci faceva il fabbro, ma era un artista. È questa la realtà che si è palesata davanti agli occhi della nipote, Laura Marconi e di suo marito Alessandro Gioia, quando, dopo la scomparsa di Giovanni sono entrati nella sua casa di via Ricasoli e nel fondo, che Socci teneva sempre chiuso, accanto al suo negozio di via Sardi. Quadri, dipinti, statuette, poesie: ecco cosa hanno trovato. Un intero patrimonio di più di 500 opere fra dipinti a olio, disegni, sculture e altrettanti manoscritti che all’improvviso hanno spalancato davanti ai loro occhi una realtà del tutto inaspettata. Nessuno, nemmeno loro, sapevano che il loro amato zio passava notti intere a scrivere o dipingere e che la sua riservatezza nascondeva il sogno inespresso di una vita passata a vestire dei panni che non era i suoi.
«Mio zio – racconta Laura – viveva per il lavoro, o almeno così diceva. Non si è mai sposato e anche con noi, pur essendo molto affettuoso, manteneva un certo distacco. Abbiamo provato spesso a coinvolgerlo nella vita di famiglia, alle cene, gli incontri, ma quasi sempre rifiutava delicatamente i nostri inviti. Non avremmo mai immaginato che in realtà passava giornate intere rinchiuso in casa a lavorare a vere e proprie opere d’arte». Era un uomo solitario Giovanni Socci, senza parenti, ad esclusione di Laura e di una sorella residente a Follonica. Una solitudine, alla luce della scoperta fatta dalla nipote, scelta volontariamente per avere la possibilità di vivere la sua malinconia di una vita possibile solo nel segreto.
«So che quando era più giovane aveva fatto anche una piccola mostra – spiega Laura – Ma sembrava che l’arte fosse stata semplicemente una passione passeggera. Solo qualche mese prima di morire, si è in qualche modo confessato a mio marito in una telefonata».
“Ho sbagliato tutto io nella mia vita, avrei dovuto dimostrare di più alle persone che amavo, essere più presente. Non avrei dovuto fare il fabbro, ho un’anima più artistica, ma mio padre ha voluto così, serviva che io portassi avanti l’attività di famiglia”, ecco le parole di Giovanni al marito di Laura in quella telefonata, l’unica sorta di “confessione” del Socci sui suoi rimpianti. Rimpianti che però emergono con grande forza nelle sue opere artistiche dove appaiono spesso paesaggi mai visti dal vero, una donna sconosciuta, e la grande malinconia di una vita vissuta metà.
«I dipinti e i manoscritti di mio zio – dice Elena – mi hanno colpito a tal punto che ho deciso di portarli subito ad un galleria d’arte». Il caso vuole, che proprio in via Sarti vi sia B.Arte, la galleria di Francesca Berti che appena vede le opere se ne innamora.
«Credo che qui a Livorno lo conoscessero un po’ tutti Giovanni Socci – racconta Francesca – Un carattere schivo di poche, pochissime parole ma concreto, trovava la soluzione a tutto, oculato, discreto e onesto. Ricordo che una volta lasciai le chiavi della macchina inserite nel quadro e chiusi con il pulsante la centralina. Disperata andai in via Sardi nel negozio di Giovanni che trovò subito la chiave giusta. Mi disse: “guardi gliela metto qua” indicandomi un gancio; così se le dovesse capitare di nuovo è già pronta». «Ricordo che gli offrii un caffè – continua Francesca – e scambiammo alcune idee sull’arte. Rimasi sorpresa perché fece degli apprezzamenti mirati sui macchiaioli». Così quando Francesca vede le opere di Socci non ha dubbi e con l’aiuto della nipote e del marito organizza subito un’esposizione.
«Ho voluto mostrare le opere di mio zio – dice Laura – perché credo ne sarebbe felice. Adesso è libero di mostrarsi al mondo per quello che era realmente: un artista. Ci hanno contattato per fare un film sulla storia, chissà...Una cosa è certa: sarebbe bello se Livorno lo ricordasse così».
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