Il Tirreno

Livorno

ricerca dell’associazione don nesi

Livorno non si salva dal razzismo «Stranieri? Per noi sono fantasmi»

di Mauro Donateo

LIVORNO. «A Livorno ci crediamo immuni dal razzismo vista la nostra storia, ma in realtà in molti constatiamo una scarsa apertura verso i migranti». Sono le parole di Stefano Romboli, operatore socio-...

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LIVORNO. «A Livorno ci crediamo immuni dal razzismo vista la nostra storia, ma in realtà in molti constatiamo una scarsa apertura verso i migranti». Sono le parole di Stefano Romboli, operatore socio-culturale dell’Associazione don Nesi, che al termine di questo anno, presenta i risultati del progetto “La scelta della convivenza: per una città aperta alla nonviolenza”, che è stato realizzato con il contributo del Cesvot per mettere a nudo l’atteggiamento di noi livornesi .Domani pomeriggio alle ore 17.30 presso la Circoscrizione 1 ci sarà l’incontro aperto alla cittadinanza per confrontarsi sui contenuti della ricerca e sull’analisi di quel che è emerso.

«In questo percorso abbiamo cercato di studiare il rapporto tra territorio e migranti, in particolare nei quartieri nord: Corea, Shangai e Sorgenti».

«I risultati – tiene a sottolineare l’operatore dell’associazione – hanno dimostrato che non c’è conflittualità vera e propria tra livornesi e migranti. Attenzione, però, non per capacità di costruire un intreccio solidale di relazione ma, al contrario, per gli e gli altri tendono a escludersi. A rimanere in mondi differenti, su orbite differenti, lungo rotte differenti. Noi, invece, crediamo che si debba lavorare sull’interazione tra le culture».

I frutti di questo studio («un contributo di riflessione offerto alla città») sono stati riportati in due pubblicazioni , alle quali ha collaborato la facoltà di Scienze per la Pace dell’Università di Pisa.

Romboli, dopo aver mostrato le iniziative del progetto, scende anche nel dettaglio dei risultati: «In Corea, gli stranieri censiti sono pochi (circa 77), e la loro presenza non è avvertita. Questo perché non ci sono luoghi che favoriscono l’incontro. Piazza Saragat (dove c’è la Pam) è un punto di passaggio, la gente non si ferma a parlare e non si accorge di chi c’è intorno».

«Nel cuore di Shangai, in piazza Fratelli Bandiera – prosegue – i negozi storici hanno resistito e le persone continuano a sostare e a incontrarsi come in passato. Qui c’è già maggiore consapevolezza dei migranti, anche perché sono più presenti».

Interessante è anche vedere come la parola “straniero” sia accostata più facilmente «al senegalese col borsone, piuttosto che alla badante ucraina». Infine, la conclusione: «Nel 1991 i migranti in città erano 958, nel 2011 ne sono stati registrati 8.796. Non possiamo fare finta che non ci siano, molti sono qui per restarci. La questione non si risolve con polizia e telecamere, ma con interazione e confronto».

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