Il Tirreno

Livorno

Morì all’Utic, in appello condannato il primario

di Federico Lazzotti

Colpo di scena al processo sulla morte di Michelangelo Gori scomparso nel 2006 «È stata fatta giustizia». E per la famiglia arriva un primo risarcimento danni

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LIVORNO. Il colpo di scena di un processo senza fine arriva alle 15,30 dentro all’aula semideserta della corte di appello di Firenze.

Dalla morte di Michelangelo Gori, scomparso a 41 anni nel reparto di Cardiologia dell’ospedale di Livorno, sono passati 7 anni e mezzo, scanditi da due inchieste penali (una ancora in corso), un fiume di udienze, tre perizie e una causa civile, senza che nessun giudice abbia mai individuato un responsabile per quelli allarmi spenti che all’alba del 20 giugno 2006 non avvisarono il personale medico della crisi cardio-respiratoria che ha poi ucciso il perito assicurativo, una moglie e due figlie che allora avevano 8 e 11 anni.

Dopo oltre quattro ore di camera di consiglio i giudici fiorentini hanno ribaltato la sentenza di primo grado del tribunale di Livorno condannando a 6 mesi di reclusione con l’accusa di omicidio colposo l’ex primario dell’Utic Michele Galli. «Ho fatto tutto il possibile», ha ripetuto il cardiologo dopo aver chiesto e ottenuto dalla corte di poter rilasciare alcune dichiarazioni spontanee.

I giudici hanno anche disposto un risarcimento provvisionale di 100mila euro nei confronti della moglie e 25mila per i genitori della vittima.

«Finalmente è stata fatta giustizia», spiega tornado verso Livorno l’avvocato Ugo Borivant che in questi anni ha assistito con il collega Fausto Bianchi le parti civili.

A Firenze non c’era, invece, la vedova Rossella Capecchi. «Non sono andata perché non sapevo come avrei reagito ascoltando un’altra sentenza di assoluzione. Ecco perché sono rimasta qui. Appena l’ho saputo ho pensato a mio padre che se n’è andato il mese scorso e per tutti questi anni ha lottato con noi. Mi spiace, però, che questa decisione sia arrivata lontano da Livorno dove in questi anni hanno cercato di nascondere quello che era realmente avvenuto. Devo dire - prosegue - che in alcuni momenti avevo addirittura perso le speranze. Ora, invece, anche se la condanna in sé è piccola, posso dire di aver fatto pace con la giustizia».

Ieri a sostenere l’accusa in aula c’era il sostituto procuratore Giancarlo Ferrucci, che il 18 gennaio scorso aveva presentato appello alla sentenza con la quale il giudice Beatrice Dani aveva assolto il medico in primo grado e rinviato gli atti alla Procura chiedendo di indagare sui vertici dell’Asl 6 com’è poi avvenuto.

«Il mancato funzionamento dell’allarme e la mancata sorveglianza del monitor - scrive il procuratore chiedendo la condanna del primario - dipesero non da una carente istruzione del personale, bensì da una precisa scelta di sospendere a tempo indefinito gli allarmi che dovevano segnalare le crisi cardiache ai pazienti e, con ogni probabilità, dall’intento, in questo caso non lodevole ma sciagurato, di non gravare troppo il personale, incaricando tre addetti, e non soltanto due, alla turnazione notturna».

Adesso la battaglia legale andrà ancora avanti: in Cassazione per decidere sul destino del medico, al tribunale civile per il risarcimento e a quello penale dove gli ex vertici dell’Asl sono imputati nell’inchiesta bis.

@fedelazzotti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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