Gioco
I pensieri di Roberto erano fatti di segni e colori
Pubblichiamo alcuni stralci della prefazione all’ultimo libro di Roberto Colonnacchi che conteneva una raccolta di ritratti a personaggi livornesi
Agli artisti, si sa, lavorare piace poco. Molto poco. Intendiamoci, qui non si parla né di scansafatiche né di bamboccioni, ci mancherebbe altro. Ma di estro e sregolatezza, di anarchia di pensiero e di libertà sfacciatamente rivendicate. Insomma l'artista, se incatenato agli orari d'ufficio e alla ripetitività dell'impiego, soffre e smania. Appena può scappa via volando altrove con l'immaginazione o soffermandosi su un dettaglio al quale non avevi pensato. Del resto egli ragiona non per concetti, ma per versi o frasi musicali o colpi di pennello. Qualunque incarico gli sarà affidato con un sorriso complice e la speranza di farlo finalmente "lavorare" - in quel senso di cui sopra, eh? - egli resterà solo e per sempre un artista. Naturalmente incompreso, o non del tutto compreso, peccato mortale che vi rinfaccerà senza alcun timone, assecondando un vezzo tipico della specialissima tribù cui appartiene. Tale presunta incomprensione sarà ripagata con un certo distacco e con l'attenta selezione degli interlocutori.
Del resto l'arte non è miracolo alla portata di tutti, no? Anche Roberto Colonnacchi non sfugge al cliché. Perché è un artista. Il suo linguaggio è quello del disegno, al quale ricorre con il pensiero qualunque cosa stia facendo. O meglio: egli guarda alla realtà che lo circonda come se fosse un grande dipinto dal quale trarre di tanto in tanto un dettaglio da esaltare. Così, se da livornese verace - ma non di scoglio: orgogliosamente rivendica i suoi natali ad Ardenza Terra - corre al mare per un tuffo, la sua gioia si manifesta in una solare gouache: tra l'azzurro dell'acqua e del cielo, lungo la linea dell'orizzonte, una nave bianca s'allontana (verso la Capraia?). Oppure se la curiosità lo spinge sul cammino di Santiago di Compostela un acquerello coloratissimo, trasformato in cartolina da spedire a un amico, fissa la banderuola a forma di galletto che svetta sul campanile di una piccola chiesa.
Roberto, per vent'anni si è adattato a fare il grafico nel giornale della sua città, il "Tirreno", cercando di piegare il pennello al pennarello e i colori al computer. Surrogando e sussidiando giorno dopo giorno con un'impaginazione insolita - che magari il direttore gli fa rifare con un "dai, non esagerare…" -, con una foto scontornata, con un'invenzione grafica.
Una volta si divertì come un bambino - tutti gli artisti sono un po' bambini - a illustrare la presentazione di una mostra d'arte consigliando al visitatore il percorso giusto: non con le parole, con la grafica. Un'altra volta non stava nella pelle perché si trattava di celebrare con manifesti, supplementi e foto il ritorno del Livorno in serie A.
Però il lavoro non è sempre mostre d'arte e trionfi amaranto, anzi. E allora il Colonnacchi, tra una pagina e una foto, cominciò a schizzare su un foglio nasi e capelli di chi gli stava intorno, i giornalisti del "Tirreno", e poi di tutti quelli che per una qualche ragione salivano le scale di Viale Alfieri. La sua scrivania al giornale diventava via via l'appendice dell'atelier che il lavoro costringeva a disertare per ore e ore. Roberto aveva trovato la quadratura del cerchio.
All'inizio forse questo era solo un gioco, poi è diventato un personalissimo diario per immagini.
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