Il Tirreno

Livorno

Galeotto fu il set. E Adelia scelse Livorno (e Barresi)

di M. Antonietta Schiavina
Galeotto fu il set. E Adelia scelse Livorno (e Barresi)

La costumista napoletana tra amore, lavoro e il sogno di un film in stile Kubrick

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LIVORNO. Nome: Adelia. Cognome: Apostolico. Età: trentasei anni. Luogo di nascita: Napoli. Città d'adozione: Livorno. Professione: costumista. Situazione sentimentale: impegnata con l'attore e regista livornese Emanuele Barresi. Hobby: far viaggiare la fantasia, come faceva da bambina, quando sui fogli bianchi disegnava i ritratti dei suoi famigliari e di tutti quelli che le capitavano a tiro, "giocando" tutto il giorno con matite e colori.

Oggi Adelia non ha però la voglia di giocare, solo che invece dei ritratti, disegna costumi, che poi fa indossare ai personaggi del teatro e del cinema. Racconta, sgranando i suoi dolcissimi occhi chiari, che una volta cresciuta, ha messo subito in pratica la propensione per il disegno, iscrivendosi prima al Liceo artistico e, in seguito, all'Accademia di belle arti. «Ero orientata verso la pittura - dice -, ma il compagno di mamma - Francesco Sisto, attore napoletano, che è stato in pratica il mio secondo padre -, mi convinse a orientarmi verso la strada del costume e a specializzarmi in scenografia».

«Grazie a lui - rivela Adelia - ho imparato ad amare il teatro, a cui mi sono avvicinata a dieci anni, proprio per vedere un suo spettacolo».

E spiega che nella sua famiglia c'è stato un solo artista. «Il nonno materno, collega della scrittrice Matilde Serao, che scrisse i testi di canzoni intramontabili come " Balocchi e profumi" di E. A.Mario. Un uomo che, per ragioni di età, non ho mai conosciuto, se non attraverso i racconti che mi faceva la nonna, ma da cui probabilmente ho ereditato la creatività».

Quando e come è iniziato il suo percorso attraverso il costume?

«Nel 1998 - ero ancora una studentessa - ho fatto l'assistente per costumiste importanti come Anna Maria Morelli, che ha confezionato anche gli abiti per gli spettacoli di Carla Fracci e Beppe Menegatti, o Adriana Scotti. Poi ho avuto una breve parentesi con Odette Nicoletti, per me altro punto di riferimento importante, molto vicina al mio stile. E, nel 2011, ho iniziato a firmare i miei costumi».

Per il teatro o anche per il cinema?

«Più che altro per il teatro. Ma, in veste di aiuto e assistente, ho partecipato anche ad alcuni film, fra cui "Il figlio più piccolo" con Christian De Sica e Luca Zingaretti, per la regia di Pupi Avati e un film tratto dal racconto "La madre" di Grazia Deledda, un'opera prima di Angelo Maresca, che ha come protagonisti Carmen Maura e Stefano Dionisi e ha già ricevuto molti riconoscimenti».

Proprio il set cinematografico è stato galeotto per l'incontro con il suo compagno, non è vero?

«Sì, Emanuele e io ci siamo conosciuti nel 2008 sul set di un film che non vorrei citare... Il nostro non è stato un colpo di fulmine, ma una simpatia reciproca, trasformatasi poi in una sorta di magnetismo che ha dato vita all'amore».

Poi è arrivato il lavoro in comune.

«Dal giorno del nostro incontro non ci siamo più lasciati e, anche se ognuno di noi, quando capita si prende i propri impegni, la nostra base è quella di un progetto comune, da cui sono nati degli spettacoli, tutti prodotti per ora da Fondazione Teatro Goldoni, come " La donna di garbo", "Cavalleria rusticana" e " La vedova scaltra": quest'ultima, dopo la prova generale a Collesalvetti sarà in prima nazionale domani e dopo al Teatro Goldoni».

Ma una napoletana e un livornese possono andare d'accordo?

«Direi di sì. Ci sono molte affinità di carattere, anche se il livornese è più diretto, mentre il napoletano ha ancora dei pudori a dire quello che pensa, e bada di più alle apparenze. Entrambi però hanno un grande cuore, sono influenzati dal clima, dal mare, dall'allegria e dalla gioia di vivere. E sono tifosi sfegatati della propria squadra, ma anche testardi (di scoglio), anarchici e campanilisti».

Emanuele è un comico. La fa ridere anche in privato?

«Mi fa tanto ridere. Sempre. Mi ha proprio conquistato con la sua risata, anche se fra noi c'è stata e c'è tutt'ora, una grande attrazione».

Torniamo al suo lavoro di costumista e alla commedia che vedremo domani al Goldoni. Anche i costumi di quest'altra commedia goldoniana sono totalmente suoi, come quelli creati per "La donna di garbo"?

«Sì, li ho disegnati, realizzando da sola i cappelli e gli accessori, mentre per la confezione mi sono valsa della preziosa collaborazione della costumeria "Capricci" di Gabriella Panciatici, con cui ho una bellissima collaborazione».

Nell'ideazione si è attenuta alla scenografia tradizionale o ha apportato delle varianti?

«Ho cercato di trovare, come faccio sempre, qualcosa che vada al di là degli abiti di repertorio... La ricerca del costume per me non è mai casuale, ma frutto di uno studio sul periodo in cui si svolge la storia e di un'analisi del testo. Sia per "La donna di garbo" che per "La vedova scaltra" ho mantenuto la base degli abiti della seconda metà del Settecento, aggiungendovi però qualcosa di diverso, che potesse entrare nel mio stile».

Cosa la fa più felice dopo uno spettacolo?

«Sentire la gente che mi dice: “Si vede che i costumi sono opera sua”».

Da pochi mesi lei ed Emanuele Barresi avete deciso di tenere come base della vostra vita Livorno. Come mai?

«Roma, dove abitavamo prima, è una grande città, è il luogo in cui ci siamo conosciuti e dove abbiamo ancora oggi molti impegni. Però Livorno è più a dimensione d'uomo, qui si lavora ma sembra sempre di essere in vacanza... E si può andare in bicicletta, cosa che mi mette il buon umore, per me un bellissimo antistress».

Progetti futuri?

«Uno spettacolo con la regia di Paolo Triestino con gli attori napoletani Gennaro Cannavacciuolo e Antonio Grosso ( regia di Paolo Triestino), intitolato "L'invisibile che c'è", che debutterà a fine gennaio 2014 al Teatro della Cometa. E un altro progetto livornese: l'opera musicale di Mario Menicagli "Il gatto con gli stivali».

Sogno nel cassetto?

«Un film in costume tipo "Barry Lindon" di Kubrick o "Amadeus" di Milos Forman. O fantasioso alla Tim Burton. Purtroppo in Italia se ne fanno pochi».

E l'idea di tenere un laboratorio di costume a Livorno non l'attrae?

«Sono stata coautrice di un libro edito da Debatte e progettato da Itinera, che parla di fotografia e di moda dalla fine dell'Ottocento agli anni Settanta e aprire un laboratorio di costume mi piacerebbe molto, anche se in passato ho già tenuto vari corsi e laboratori, sia a Napoli - per adulti, presso il reparto di tossico dipendenza del carcere di Secondigliano, che per ragazzi delle scuole medie -, che a Livorno, per i bambini delle elementari».

Siamo vicini alle feste. Come passerà il suo primo Natale livornese?

«Sistemerò la casa che Emanuele e io abbiamo affittato in zona Venezia».

A quando un Barresino?

«L'idea c'è, ma i bambini non arrivano su ordinazione. Io poi vorrei anche delle Barresine e, possibilmente almeno tre figli: non ho fratelli o sorelle e ho sempre sognato una famiglia numerosa e vivace».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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