Il Tirreno

Livorno

Addio Roberto signore dei segni (e dei sogni)

di Mauro Zucchelli
Addio Roberto signore dei segni (e dei sogni)

Due vite in una: grafico al Tirreno per vent’anni e artista col cuore generoso di Don Chisciotte

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LIVORNO. Un malore, forse un infarto, se l'è portato via mentre era nel “suo” mondo: le ultime ore di Roberto Colonnacchi – per vent'anni grafico al Tirreno ma anche pittore e illustratore – sono state contrassegnate nel pomeriggio da un salto alla cantina Nardi fra i “Ri-tratti ri-visti”, una sfilza di volti che aveva disegnato a fil di lapis (e si erano trasformati in un fortunato libro e in una bella mostra), poi nel suo studio all'ex Borma, all'ombra delle ciminiere di via delle Cateratte, in mezzo ai suoi quadri, ai suoi colori, alle sue tele.

L'hanno trovato i familiari, poco dopo le 21,30: quel ritardo senza avvertire non era da lui, un tipo che ti telefonava dieci volte e invece il cellulare squillava a vuoto. Ma a quel punto forse Roberto aveva già cominciato il suo viaggio: a quanto è dato sapere, già alle 19,30 una persona aveva cercato di contattarlo per un quadro ma senza esito. Nel farsi sera d'una domenica pomeriggio, dentro la solitudine silenziosa d'uno studio in mezzo a cento altri studi e uffici deserti per la giornata di festa. Poi arriveranno l’ambulanza dei volontari della Misericordia e una pattuglia dei carabinieri: ma quel cuore generoso ha smesso di battere da un pezzo. Se n'è andato così il “nostro” Roberto, 68 anni da compiere fra un mese nel giorno di san Leobazio: se n'è andato in mezzo alle sue cose. E se il film degli ultimi istanti della vita potesse avere un rewind un po' più lungo si potrebbero mettere in fila anche qualcos'altro di importante per la sua vita: la vita in famiglia (con la moglie Patrizia, le figlie Francesca e Raffaella, i nipoti Giulio e Lisa) e la voglia di esserci tutte le volte che c'era da accompagnare da qualche parte i ragazzi; l’appuntamento con il tifo con il cuore diviso a metà fra l'amaranto del Livorno e il bianconero della Juve; il tuffo in mare alla "Punta", quasi un rito da gustare insieme agli amici come fosse il tè con la regina.

Se n’è andato all’improvviso, e non era da lui. Quando era andato in pensione dall’impegno quotidiano fra menabò e infografiche, aveva mantenuto il filo costante con le iniziative speciali: nei fascicoli sulla memoria di Livorno e, poche settimane fa, nelle foto aeree della città vista dal cielo c’era il suo geniaccio di “signore dei segni”. Quante volte lì a baccagliare che quel testo doveva essere più corto, che avrei dovuto fargli «almeno altri due box e una scheda perché così non mi piace proprio», che «quella foto non la levo nemmeno se viene il papa a dirmelo»: insomma, il solito.

Ma Roberto, avreste dovuto conoscerlo anche nell’altra faccia della vita di redazione. Ad esempio, gli sms scanzonati: lui, juventino doc, se li scambiava con l’ex direttore del Tirreno Bruno Manfellotto, ora al timone dell’Espresso, fede calcistica napoletana quanto le origini. Ad esempio, nelle “magliette”: una sequenza di battutine al salnitro disegnate su fogli con la sagoma di t-shirt nere per contrappuntare i piccoli eventi nel piccolo mondo del giornale con gli immancabili sfottò ma anche le grandi svolte del mondo con le inevitabili delusioni, soprattutto per un carattere non si sa se più artista o più anarchico come il suo. Quel baffo sorridente, un po’ beffardo e un po’ bonario, era «così scandinavo-livornese», gli dicevo: figurarsi che le sue infografiche aveva preso a firmarle “Kolonaki” tanto per infilare un po’ d’ironia (su sé stesso) perfino in una mappa sulle tasse o in una info-tabella su chissà quale euro-astruseria.

Ha condiviso l’aria dell’ open space della redazione con noi del Tirreno per vent’anni. Anzi, ben di più se mettiamo nel conto la collaborazione nelle campagne promozionali e, adesso, il “di- segno” di iniziative speciali.

Sarebbe però ingiusto rinchiudere Roberto Colonnacchi semplicemente all’interno del perimetro del menabò del Tirreno. Teneva molto al fatto di avere in un angolino l’idea dell’arte: era in nome di quella “febbre” e di quella passione, che a 14 anni, mentre i coetanei andavano a giocare a pallone nei campetti spelacchiati di periferia stava lì a ore a guardare quel che facevano pittori come Bonsignori, Mussi, Izzi e successivamente con Roberto Ercolini. Senza troppi timori reverenziali, se è vero che da giovanissimo si affaccia sulla scena del premio Rotonda. Il periodo caldissimo degli anni settanta lo trova a Milano: vedi alla voce Brera. Un po’ pendolare e un po’ no, ma è sufficiente a fargli respirare un clima di novità artistiche. Dentro a quelle stralunate combinazione di di tubi e connessioni, cosa c’è se non lo stupore di chi tutto quel macchinismo e quel produttivismo se lo sente addosso come un corpo estraneo?

Quando poi, dopo un lungo letargo artistico durato fin quasi ai sessant’anni, Roberto riscopre qualcos’altro che gli anni lontano dal cavalletto gli hanno fatto conoscere, intuire, vedere: la figura umana, torna dentro le tele, come dice la critica d’arte Alice Barontini, illuminando la parabola artistica del Colonnacchi pittore. Ma ci torna con un carico di speranze e disillusioni che, non a caso, si materializzano nella serie dedicata a Don Chisciotte.

Al rientro a Livorno la sua vita si scandirà fra l’impegno professionale nella cartellonistica alla Nobili Pubblicità, nel ruolo di docente di grafica pubblicitaria nei corsi della Provincia di Livorno, nel breve periodo in cattedra alle scuole elementari Collodi e alle scuole medie Gamerra, nella cura delle riviste del Comune e della Compagnia Portuale.

Credo però che sbaglierebbe chi volesse mettere gli anni dell’estro artistico e della ricerca pittorica fuori dall’avventura di Colonnacchi come grafico editoriale. Certo, il linguaggio è differente e il segno pure: ma non è una resa se dopo una ultima personale di acquerelli alla fine degli anni ’70 decide di dedicarsi alla grafica pubblicitaria e editoriale. Me lo racconterà lui stesso mostrandomi il libro sulla storia della Nobili Pubblicità che mette a fuoco, un anno dopo l’altro, l’evoluzione del linguaggio della pubblicità. Non si tratta semplicemente di mettere in fila le lettere e ficcarci un bel disegno: c’è da stanare l’interlocutore, acchiappare l’interesse del pubblico. Tutto dipende dall’interesse commerciale della ditta committente? Verissimo, ma non per questo la ricerca di un canale di comunicazione dev’essere banale, sciatta, stupida. E poi – ed è come se fosse lui qui a dirvelo – vuoi mettere il fascino d’una frecciatina ironica e acuta che prova a svegliare l’intelligenza?

Ps: se si fosse accorto che sono qui a scrivere di lui come se volessimo intitolargli un torneo o una strada, mi avrebbe già promesso una pedata. «An zi, una “maglietta”, che te la devo fa’ anche bella grandina, più X che L».

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