Gioco
Moby, il film insinua nuovi dubbi La Procura: fu un errore umano
La pellicola di Manfredi Lucibello ha riacceso i sospetti sulla strage del 10 aprile di 22 anni fa Tre anni fa l’ultima inchiesta da parte di un pool di magistrati che alla fine chiesero l’archiviazione
LIVORNO. Da un parte un’ora e un quarto di filmati inediti, registrazioni e immagini nei quali sono contenuti sei dubbi e un’insinuazione sulla presunta cattiva fede del giudice che ha prosciolto i tre principali indagati. Dall’altra tre anni e mezzo di indagini e 151 pagine di perizie tecniche, interrogatori e mappe per arrivare all’archiviazione dell’inchiesta bis sulla tragedia del Moby Prince avvenuta la notte del 10 aprile 1991 e nella quale morirono 140 persone con un unico sopravvissuto, il mozzo Alessio Bertrand.
Sono due ricostruzioni che si toccano, si rincorrono e si scontrano quelle riportate nel recente docufilm di Manfredi Lucibello “Centoquaranta, La Strage dimenticata” e le conclusioni alle quali sono arrivati i tre sostituti procuratori Antonio Giaconi, Massimo Mannucci e Carla Bianco nel documento depositato al Tribunale di Livorno il 27 maggio 2010.
Per cercare di capire 22 anni e mezzo passati andando a caccia di risposte e di un colpevole che se c’è non è stato ancora individuato, bisogna partire da uno dei passaggi chiave della richiesta di archiviazione tanto contestata dalle associazioni di cui fanno parte i familiari delle vittime.
Si legge nelle conclusioni: «La collisione tra il traghetto passeggeri Moby Prince con la petroliera Agip Abruzzo - scrivono i magistrati - è stato un tragico incidente, determinato in parte da un errore umano e in parte da fattori casuali concomitanti, a cominciare dall’insorgenza del particolare tipo di nebbia, in parte, dall’insufficienza delle regole al tempo vigenti per la salvaguardare la sicurezza della navigazione in rada».
E ancora: «Nessuna delle ipotesi alternative vagliate è in grado di assumere una qualche parvenza di idoneità concasuale né di credibilità, meno di ogni altro l’assurdo scenario della battaglia navale condito da prospetti di guerra tecnologica». Eppure alcuni dubbi, forse anche penalmente rilevanti, ma molti dei quali sono ormai caduti in prescrizione, esistono. E sia le inchieste che il documentario presentato al Festival dei Popoli li fanno tornare a galla.
I soccorsi
Solo un’ora e venti dopo la collisione, dalla Capitaneria si accorgono che la nave che aveva speronato la petroliera in rada non era una semplice «bettolina» come spiegava il comandante Renato Superina dando l’allarme dalla plancia dell’Agip Abruzzo alle 22,25, ma una nave passeggeri.
«È stato come scambiare un insetto con un elefante», sintetizza in un’intervista Angelo Chessa il figlio del comandante del Moby. Aggiunge il Tribunale in un passaggio riportato dai magistrati parlando di quella notte: «È mancato ogni coordinamento e la posizione assunta dallo stesso comandante del porto, Sergio Albanese, che ha addirittura dichiarato come il suo silenzio durante le operazioni andava interpretato come approvazione». La Corte ha anche sottolineato «le rilevanti responsabilità di persone nei confronti delle quali mai era stata esercitata l’azione penale».
Poi ci sono altri due aspetti che forse con la tragedia hanno poco a che fare ma che nel tempo hanno indignato e alimentato i sospetti su presunte macchinazioni: la chiusura prima della partenza di uno degli impianti antincendio a bordo del Moby Prince perché fuori uso e soprattutto le manomissioni avvenute sul traghetto e documentate dai periti avvenute nei giorni immediatamente successivi alla tragedia e proseguite per tutta la durata degli accertamenti rendendo l’inchiesta una scalata piena di insidie.
Scatola nera scomparsa
Tra i tanti misteri legati alle manomissioni a bordo del traghetto c’è quella della sparizione della scatola nera che aveva registrato i movimenti delle eliche del Moby Prince e soprattutto il blitz effettuato due giorni dopo la strage. «Sull’impianto di timoneria è stata accertata la manomissione della leva di comando, dal comando manuale idraulico al comando automatico elettrico». La conclusione dei pm è che «il danneggiamento è stato effettuato per accreditare l’ipotesi di un’avaria al timone che avesse costretto un’improvvisa accostata causando l’impatto che altrimenti non si sarebbe verificato».
Il banco di nebbia
L’elemento nebbia è senza dubbio quello più dibattuto, anche perché le varie inchieste l’hanno sempre messo al primo posto tra le cause. Eppure c’è chi sostiene che quella notte la visibilità fosse ottima. Scrivono i magistrati in disaccordo con questa tesi. «L’insorgenza della nebbia nel tratto di mare interessato deve considerarsi un dato acquisto: gli elementi di segno contrario trovano infatti una logica spiegazione non interferita da alcun apporto sostanziale. La mancata percezione della nebbia da parte degli osservatori da terra dipende anch’essa dalle peculiarità della nebbia di avvenzione e dalle circostanze di tempo e di luogo, le quali non consentono l’identica percezione da diversi punti di visuale».
Posizione dell’Agip Abruzzo
Il sospetto che emerge dal docufilm è che la petroliera fosse in una zona interdetta all'ormeggio e soprattutto con la prua a sud, tanto che si è anche parlato di una possibile collisione avvenuta mentre il Moby Prince stava rientrando in porto oppure avrebbe speronato la petroliera per evitare la collisione con un’altra imbarcazione, magari quella nave fantasma la cui identità è stata svelata solo nell’aprile scorso. «Dinanzi ad una molteplicità di testimonianze concordi - è la conclusione dei magistrati su questo punto - è più che ragionevole ritenere che la voce proveniente dalla petroliera che indicava la prua a sud, fu dovuta alla confusione e alla paura che in quei frangenti regnavano sull’Agip Abruzzo». In ogni caso «non è stato possibile approfondire la circostanza con il diretto interessato Renato Superina, il quale, convocato per essere ascoltato soffre di problemi di salute che non gli hanno permesso di svolgere l’audizione».
Esplosione a bordo
Il 27 febbraio 1992 il Tg3 cambia la sua programmazione. Nel palinsesto c’era uno speciale sul Festival di Sanremo ma viene oscurato per dare spazio all’ultima svolta dell’inchiesta: nella pancia del Moby sarebbe avvenuta una esplosione. Le tracce ritrovate a bordo e analizzate dai laboratori di Roma hanno portato, infatti, a sostenere la tesi di un attentato a cui anche il magistrato Luigi De Franco, inizialmente, dà credito. Il mix esplosivo trovato è il cosiddetto Semtex H usato in altri attentati come quello sull'Italicus del 1972 e la strage di via D'Amelio a Palermo. Ma anche questa pista si sarebbe rivelata un buco nell’acqua. Secondo la Procura, infatti, «i danneggiamenti sul traghetto sarebbero invece compatibili solo con una deflagrazione di gas. I danni e le deformazioni non uniformi rilevati a bordo del traghetto sono assolutamente compatibili e spiegabili come conseguenza di una deflagrazione di una miscela di vapori e idrocarburi».
Nave fantasma
Dal traffico di armi all’omicidio di Ilaria Alpi passando per il trasporto di rifiuti illeciti fino alla nave fantasma che si è allontanata dopo l’impatto e la cui identità è stata svelata solo dopo 22 anni. Sono queste alcune delle tesi che si intrecciano nelle «ricostruzioni complottiste», come le chiama la Procura senza dargli credito dopo averle però percorse. «La morte prematura e improvvisa - è la conclusione dei magistrati - è umanamente inaccettabile quando la causa appare banale e assurda». Ma la rabbia e i dolori restano.
@fedelazzotti
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google