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Rompicapo Imu fra doppia scadenza e blitz in extremis

Rompicapo Imu fra doppia scadenza e blitz in extremis

Resta “seconda casa” (e dunque da saldare entro lunedì) l’alloggio che i genitori hanno dato gratis al figlio

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LIVORNO. Non bastava avere a che fare con il pagamento della tassa meno amata dagli italiani proprio nel bel mezzo del (magro) shopping natalizio, il guazzabuglio Imu stavolta si trova a fare i conti con una doppia scadenza in cui il contribuente rischia di finire catalogato come furbetto a sua insaputa: sbagliando le scadenze. Già, perché adesso la scadenza Imu si è sdoppiata (fra lunedì 16 e il 16 gennaio) ed è in corso il pressing sul governo per cambiarla ancora.

La scadenza di lunedì riguarda chi deve pagare l'Imu su tutto ciò che non sta alla voce “abitazione principale”: dunque, fondi commerciali, uffici, fabbricati per attività imprenditoriali, capannoni artigianali e “seconde case”.

Invece chi è costretto a tornare a pagare per la cosiddetta “prima casa” deve farlo entro il 16 gennaio. Non avverrà per tutti, però: a Livorno sì, a Collesalvetti no. Il motivo? Livorno aveva alzato nel 2012 l’aliquota rispetto alla base del 4 per mille, Collesalvetti quella della “prima casa “ l’ha tenuta al minimo e ha giostrato su altre tiupologie.

Il governo aveva annunciato che avrebbe "rimborsato" ai municipi il mancato introito. Ma un po’ di Comuni, soprattutto di grandi città, hanno provato a fare la furbata: siccome sarebbe stato lo Stato a pagare invece che i contribuenti, hanno alzato l'aliquota al 6 per mille. Risultato: i fondi si sono rivelati insufficienti e a Roma si sono inventati un meccanismo per cui la mini-Imu si sarebbe pagata nei Comuni in cui era stata ritoccata al rialzo l'aliquota Imu. Però non solo nel 2013 (e in tal caso Livorno non figurava) ma anche nel 2012 (e invece qui c'è).

Tutto ruota attorno a "prima casa" o no. Occhio che "prima casa" non vuol dire che non se ne possiedono altre, vale solo per l’"abitazione principale" (quella in cui si vive).

Stavolta questo non ha conseguenza solo sull'importo da pagare. Riguarda anche la scadenza, come detto: per l'”abitazione principale” si va al 16 gennaio, per tutto il resto lunedì prossimo. Per avere un'idea di quanto la situazione sia un magma in ebollizione: nell'ultima settimana un'altra sessantina di Comuni sono finiti fra gli oltre 2.400 in cui la mini-Imu si paga. Non solo: c'è un pressing sul governo in un bailamme di emendamenti per far slittare anche la scadenza del 16 gennaio.

C'è però una categoria ibrida, che sta un po' a cavallo fra le due: quella dell'abitazione data in comodato d'uso a un familiare. Tradotto: la casa che i genitori danno gratis al figlio che si sposa (o talvolta, che un figlio compra per darla, sempre gratis, ai genitori). Il Comune di Livorno è fra quei municipi che non riconoscono la possibilità di considerarla “abita- zione principale”: vale come "seconda casa" (anche se anni addietro, quando esisteva ancora l'Ici, per un breve periodo era stata invece tassata come "prima casa del familiare").

È vero che la legge dà la possibilità ai Comuni di decidere in extremis se equiparare all'abitazione principale la casa data in comodato d'uso gratuito a "parenti in linea retta entro il primo grado" (cioè, ad esempio, da figli a genitori o viceversa da genitori a figli) che "la utilizzino come abitazione principale". Ma il Comune di Livorno non l'ha fatto né sembra intenzionato a farlo: è una casistica che solo dai dati ufficialmente riconosciuti vale 2.411 abitazioni e un gettito attorno ai tre milioni di euro per le casse municipali. Non è solo un problema di tempi burocratici difficili da far quadrare: bisognerebbe far arrivare una delibera prima che lunedì arrivi la scadenza per le "seconde case". In realtà, il Comune non può rinunciare a un gettito di tale entità all'ultimo giorno.

«Ma a nome della giunta – dice l'assessore Valter Nebbiai – prendo impegno a fare ogni verifica possibile per capire se ci sono margini per il bilancio 2014 così come per i livornesi residenti all'estero, una casistica che raccoglie globalmente circa cento situazioni. Invece posso dire che è già riconosciuta l'equiparazione all'abitazione principale per gli alloggi di anziani che in realtà sono ospitati in Rsa».

Non mancano i paradossi in questo caos. A cominciare dal fatto che, siccome può esser ritenuto opportuno affidarsi a specialisti o ai Caaf per fare un calcolo più complesso del solito, per una bella fetta di contribuenti si rischia che ci sia da pagare di più per il servizio di assistenza che per la tassa in sé. Non basta: sotto i 12 euro i pagamenti non sono dovuti. Senza contare che per importi inferiori ai 30 euro i tecnici del settore sanno bene che lo sforzo anti-furbetti costa più di quel che si ricava. «È una vergogna politica, – sbotta Nebbiai – a Roma regna una confusione tale che non è possibile avere indicazioni sulle quali costruire i provvedimenti in sede locale. E questo è devastante».

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