Sicurezza
Sogni e realtà di uno scrittore dirigente del Comune
Leonardo Gonnelli, capo della Protezione civile e dell’Ufficio ambiente racconta se stesso e il suo libro Tra ricordi e memorie di una Livorno anni Sessanta e le speranze per un futuro più “colorato”
LIVORNO. Un ingegnere specializzato in demolizioni ossessionato dal doversi vendicare della ragazza che lo ha appena lasciato si trova a riscoprire il proprio passato, a scavare tra le sue memorie perdute, in un palazzo pronto ad essere abbattuto in piazza del Logo Pio. In un dialogo con un cocciuto anziano che non sembra aver intenzione di lasciare il palazzo, l’ingegnere attraversa il suo passato e quello di Livorno e trova le energie per affrontare un nuovo presente.
È questa la trama del nuovo libro di Leonardo Gonnelli, noto ai più come capo della Protezione civile livornese e dirigente dell’Ufficio ambiente del Comune quel Comune che ben conosce anche le sue vignette ironiche che spuntano spesso sui banchi del consiglio e negli uffici. “Il ciliegio smemorato” - così si chiama il libro edito da Boccale - mischia senza mai tralasciare un filo d’ironia tipicamente labronica, realtà e fantasia della società odierna, ma anche e soprattutto di questa città e di com’era. Un libro che Gonnelli sceglie di dedicare a una sua cara amica che di stalking (quello vero) è stata vittima e che punta alla rinascita personale e collettiva.
Cinquantuno anni (da compiere il 29 dicembre), Leonardo Gonnelli ha un curriculum classicamente tecnico scientifico (diplomato ai geometri, laureato in scienze geologiche ed una laurea ad honorem in ingegneria delle analisi del rischio) che mai sembrerebbe indicare una passione per “le lettere”. E invece questo appena uscito nelle librerie è il suo terzo romanzo pubblicato. «Scrivere – spiega Gonnelli – è per me una vera necessità fisiologica di raccontare le storie che girano nella mia testa». Storie che nascono spinte da esperienze di vita, ma anche da vere e proprie fantasie. E “Il ciliegio smemorato” rappresenta un equilibrio perfetto tra il reale e l’inventato. «Nei miei romanzi le storie che racconto sono sempre frutto della mia fantasia, così come i personaggi che creo, ma è innegabile che ci siano influenze di cose realmente vissute, caratteri di persone davvero incontrate anche quotidianamente».
Certo è che mettere al centro di un romanzo che spinge a scavare tra i ricordi di una Livorno che fu (prendendone anche esempio) la distruzione di un palazzo in piazza del Logo Pio, al centro di accesi dibattiti e critiche riguardo alla possibile costruzione di nuovi edifici, non può che non saltare all’occhio. Ma Gonnelli non si sbottona a riguardo: «Ho iniziato a scrivere questa storia anni fa, ho scelto piazza del Logo Pio perché il palazzo del libro è quello dove sono cresciuti i miei genitori, palazzo che è ancora lì, sano e salvo. Certo, oggi è una casualità che fa sorridere ambiguamente, ma il messaggio del mio romanzo non è mirato a sostenere o meno un progetto, piuttosto mi piacerebbe che i miei lettori, attraverso un viaggio nella memoria, personale e collettiva, riflettessero sì, ma sull’intera città».
Si dice che la memoria non cambi la storia, ma cambi gli uomini ed è questo il concetto chiave nascosto nelle duecento pagine di Gonnelli. «Non sono un nostalgico, rifuggo dalla malinconia che ancora al passato, ma credo che esista un modo di conservare stretti a sé i propri ricordi che riempie di consapevolezza e energia per guardare e costruire un futuro migliore». Ed è così che tra le pagine del libro spuntano le immagini di una Livorno anni Sessanta (ma non solo): la famosa litigata del ’67 del Palio Marinaro, i personaggi che attraversavano le vie della città, la quotidianità di una società che non aveva ancora scoperto la tecnologia (nel bene e nel male) e gli eccessi di possibilità infinite. Ricordi dello stesso Gonnelli, ma anche raccolti da amici e conoscenti. Amici tra cui spicca il nome del vice sindaco Bruno Picchi presente anche tra i ringraziamenti («fonte inesauribile della livornesità di una volta», spiega lo scrittore). «Sì – dice – il mio libro è un inno alla memoria, ma in senso costruttivo. Come il protagonista riesce, attraverso i suoi ricordi, a riprendere il filo di se stesso, così spero che i livornesi facciano altrettanto con questa città che trovo unica al mondo e che amo follemente, ma che, in questi ultimi anni ha perso il suo “colore”». La Livorno e la sua bellezza “caproniana” urlona e urlata la fanno da padrona: «una Livorno che mi manca, ma che so che esiste ancora – dice – La vedo nelle situazioni di difficoltà che affronto con il mio lavoro per la Protezione civile. Quel senso di comunità che non ama le regole che si unisce nel momento del bisogno in modo ferreo e inseparabile c’è, io l’ho visto. Nelle intemperie io riconosco lo spirito di questa città appassionata e di passione. Al protagonista del mio libro, affranto dal suo presente viene detto: “Se i tuoi ricordi sono questi, non puoi essere una persona così orrenda”. Ecco io penso lo stesso di Livorno e quando mi capita lo dico spesso ai ragazzi che incontro: “se vedete il deserto intorno a voi è perché c’è grande spazio per far fiorire i semi”».
Sorride Gonnelli, e torna a concentrarsi sulla Venezia: «Il quartiere cuore di Livorno, che pulsa di un “sangue” tutto suo. Non è un caso che l’abbia scelta come centro di questo inno alla memoria, così come non è un caso che la raccolta differenziata sia stata fatta partire proprio da questo quartiere. Perché la Venezia e i suoi abitanti racchiudono tutto di questa città, nel male e nel bene, così come racchiude molti dei contrasti che ci caratterizzano, contrasti che dobbiamo far sfruttare, fiorire».
«Fiorire - conclude - ed evitare di rimanere tutti dei ciliegi smemorati, come quello descritto nel libro (da cui ho scelto il titolo), unico di una serie di alberi bellissimi in fiore a non fare “il suo dovere” a primavera, rimanendo spoglio. Quel ciliegio, probabilmente, si è dimenticato il suo passato, la sua natura, la sua memoria biologica. Io vorrei invece che Livorno e livornesi non lo facessero mai».
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