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Morì all’Utic, via al processo bis Imputati gli ex vertici dell’Asl 6
La vittima perse la vita a 41 anni in Cardiologia perché l’allarme telemetrico del cuore non funzionò Ieri la prima udienza: ascoltati i testimoni dell’accusa. Ma la prescrizione è sempre più vicina
LIVORNO. Un nuovo processo, con quattro imputati, per capire perché Michelangelo Gori, il 20 giugno del 2006, morì a 41 anni in Cardiologia, e se ci fu responsabilità dei vertici dell’Asl 6 nell’assegnare un numero di infermieri esiguo rispetto alle esigenze dei pazienti e all’ampiezza del reparto. Un processo iniziato ieri, a oltre 7 anni dalla morte della vittima. E con la spada di Damocle della prescrizione del reato (7 anni e mezzo per l’omicidio colposo) è sempre più vicina. Ieri mattina in tribunale s’è svolta la prima udienza del processo bis del caso Gori. Imputati, per omicidio colposo, Fausto Mariotti, 63 anni, allora direttore generale dell’Asl 6 e ora alla guida di quella di Grosseto, Danilo Zuccherelli, 63, all’epoca di direttore sanitario, Andrea Schiavetti, 58, direttore del presidio ospedaliero fino al 31 marzo 2006 e del suo successore Roberto Boni, 63.
Il primo processo per la morte di Gori, deceduto per un malfunzionamento dell’apparecchio telemetrico di monitoraggio del cuore, si era concluso nel febbraio 2012 con l’assoluzione dell’allora primario dell’Utic, Michele Galli, unico imputato. Decisione che era stata impugnata in appello. Nella sentenza di assoluzione di Galli, la giudice Beatrice Dani aveva rimesso gli atti al pm affinché analizzasse eventuali responsabilità dei vertici dell’Asl nella gestione del personale dedicato al reparto. E infatti poi i 4 dirigenti, assistiti dall’avvocato Paolo Bassano, nel luglio scorso sono stati rinviati a giudizio per aver consentito il trasferimento del reparto dalla vecchia alla nuova sede, senza aver incrementato il personale. Quando Gori è morto, all’Utic erano in servizio due infermieri che, secondo la tesi accusatoria, non potevano stare dietro ai monitor dei battiti cardiaci e contemporaneamente ai pazienti stessi.
Ieri mattina in aula sono stati ascoltati quattro testimoni della pm Antonella Tenerani. Il primo è stato il professore di informatica Luigi Landini che ha parlato del sistema tecnico di monitoraggio cardiaco e dell’allarme che, nel momento in cui un paziente aveva un’anomalia, sarebbe dovuto scattare, ma che in realtà la sera della morte di Gori rimase muto. Riferendosi a questo aspetto, Landini, interrogato dalla pm, ha parlato di confusione nell’uso dell’allarme. Quando Gori è morto, l’allarme era stato erroneamente sospeso. A questo proposito, l’avvocato Bassano spiega che il sistema era stato mal programmato dai tecnici: la sospensione doveva essere temporanea (tre minuti) e doveva valere solo per gli allarme di media gravità (gialli) e non per quelli rossi. Gli infermieri, secondo il legale, ignoravano questa programmazione. C’è da dire che il nuovo sistema era attivo da febbraio ma l’anomalia emerse solo a giugno con la morte di Gori. Dopo Landini, è stato ascoltato il perito Mario Marzilli, che si è espresso sull’organizzazione del reparto e sul numero di personale impiegato, in base alla legge toscana e al decreto ministeriale. Poi sul banco dei testimoni sono saliti Anna Maria Picchi, coordinatrice degli infermieri dell’ospedale, e Francesco Tontini, che svolgeva lo stesso ruolo prima di lei. La donna all’epoca aveva scritto una lettera in cui chiedeva per il reparto un aumento del personale che poi secondo l’Asl c’era stato.
Ma mentre in aula si discute di numeri e sistemi informatici, la prescrizione è sempre più vicina: il termine scadrà il 20 giugno (c’è stato uno slittamento perché il primo imputato Galli aveva chiesto dei rinvii), ma anche in caso di sentenza lampo, non ci sarà tempo per un eventuale appello. E il reato si estinguerà.
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