Il Tirreno

Livorno

Il tesoro nascosto e inutilizzato nei depositi di Villa Mimbelli

di Andreas Quirici

Consiglieri comunali in visita agli spazi in cui sono custodite le opere d’arte che non vengono esposte Circa 2600 “pezzi” tra cui un tavolino di Garibaldi, uno da lavoro del pittore Natali e i falsi Modigliani

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LIVORNO. Reperti archeologici, lance usate nelle campagne di Etiopia, abiti originali dei garibaldini livornesi, un tavolino usato dallo stesso Giuseppe Garibaldi, moschetti rinascimentali, anfore antiche, affreschi del Romitorio della Sambuca, sculture dell’Ottocento, opere d’arte contemporanea e iconostasi fatte da artisti svedesi e russi. Centinaia di “pezzi” accastastati e catalogati nelle sale dei Granai di Villa Mimbelli non impegnate dalla mostra su Mascagni e nel deposito dell’edificio principale commissionato da Francesco Mimbelli all’architetto Vincenzo Micheli nella metà del 1800. Opere d’arte che non vengono utilizzate, ma che i membri della commissione cultura del Comune, dopo l’interrogazione presentata dalla consigliera Pdl, Marcella Amadio, hanno visionato ieri.

I conti non tornano. Villa Mimbelli ospita il museo Fattori e, attualmente, la già citata mostra dedicata a Mascagni. «Ogni anni incassiamo massimo 36mila euro», spiega la responsabile del museo, Francesca Giampaolo. «Incassa più il chiccaio di piazza Attias», ha sentenziato Amadio, mentre la visita alle opere d’arte inutilizzate di proprietà del Comune, procedeva tra volti perplessi dei consiglieri (anche di maggioranza) e mugugni sempre più rumorosi. Il valore delle 2800 opere d’arte “comunali” è di circa 40 milioni, assicurati per una polizza da 33mila euro all’anno. Nel numero totale delle opere a disposizione non sono conteggiate le 12mila monete antiche e i circa 2000 reperti archeologici che hanno inventari a parte. Ma delle 2800 totali, solo poco meno di 200 sono sfruttate per esposizioni. Numeri che hanno alimentato la discussione durante la visita.

La polemica. Il confronto più acceso avviene a fine tour, quando Giampaolo mostra icone derivanti da chiese di rito greco-ortodosso: «Abbiamo fatto una mostra nel 2001 e poi le abbiamo prestate per un’esposizione a Feltre». A quel punto la consigliera Pd, Arianna Terreni, sbotta: «Complimenti, solo due utilizzi in 12 anni». E la responsabile del museo: «Per allestire una mostra con questo tipo di opere servono spazi grandi. E non è facile gestirle». Ma Terreni incalza: «Non crede che tutte queste opere sarebbe utile impiegarle per fare utili, invece che tenerle qui dentro senza che le veda nessuno? Il Comune spende 600mila euro per il museo Fattori e Villa Mimbelli. Ma la resa di questa attività non è all’altezza. Chi fa marketing per valorizzare questo patrimonio?». Giampaolo risponde che «i prezzi dei biglietti sono popolari per scelta e che quelle opere sono in deposito momentaneo, visto che è in programma la realizzazione del museo dei Bottini dell’Olio». Ma sottolinea anche il fatto che «quest’anno abbiamo ottenuto moltissima visibilità, vista la nostra partecipazione alle mostra dei macchiaioli a Parigi, Madrid e presto in belgio. Per una scelta che non dipende da me, possiamo utilizzare solo tre sale dei Granai. Ma sapete quanto costa solo la vigilanza per la mostra su Mascagni? Duecentoquaramila euro». Frasi che non convincono Terreni («Prendo atto che gli spazi per le esposizioni sono inferiori a quelli per il deposito»), ma anche Amadio o Lamberto Giannini di Sel.

Falsi Modì e tavolozza di Natali. La visita era cominciata dal «caveau di Villa Mimbelli», come lo ha definito l’assessore alla cultura, Mario Tredici, «anche se in realtà è uno spazio ricavato in un sottotetto». Subito le finte teste di Modigliani, poi i reperti archeologici le lance dell’Etiopia, la campana in bronzo del Rumotorio della Sambuca. «Ogni oggetto è catalogato con schede ministeriali», annuncia Giampaolo. Un accumulo di opere d’arte non paragonabile a quello contenuto al piano terra dei Granai, dove su scaffali e lungo i muri di quattro stanzoni ci sono anfore romane di proprietà della Soprintendenza, ma lasciate in deposito al Comune di Livorno, sculture ottocentesce, moschetti rinascimentali. All’ingresso c’è un tavolino “da malato”, donato da Clelia Garibaldi il 7 marzo 1933 e molto usato da colui che ha unito l’Italia «durante la sua infermità» senza nessun tipo di protezione e persino un tavolo da lavoro con tanto di tavolozza e vasetto da cui attingere l’acqua per i colori appartenuto al pittore livornese, Renato Natali. «Si sente ancora l’odore», dice Amadio che ha fatto aprire la scatola in legno in cui era custodito. Non ci sono opere di Fattori. «Sono tutte esposte - dice la responsabile del museo - abbiamo solo 250 disegni e 156 incisioni che abbiamo riposto in cassettiere che si trovano in stanze chiuse e al buio per mantenerli intatti».

La desolazione di Amadio. Aamadio si è anche fatta aprire le scatole dove sono custoditi oggetti di scena dell’attore dell’Ottocento, Ernesto Rossi. «Mi cascano le braccia - ha ammesso - Ho presentato l’interrogazione per vedere lo stato delle opere, ma sono quasi tutte impacchettate. E mi piange il cuore a vedere queste cose così interessanti e che non vengono per niente valorizzate. Tutto questo dimostra lo scarso amore che ha Livorno verso la cultura.

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