Il Tirreno

Livorno

Da quel ristorantino simpatico a un’escalation inarrestabile

di Mario Lancisi

Tredici anni fa erano circa cinquecento, ora tra regolari e clandestini sono più di trentamila Il mea culpa dell’ex sindaco Claudio Martini: «Sì, la sinistra ha sottovalutato il fenomeno»

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PRATO. «Lì, vede, vicino al presidio di Polizia, nel 1989 c’era l’unico ristorante cinese della città e ricordo che ci andavo spesso con la mia fidanzata», ricorda Luca Testoni. Che aggiunge: «Allora i cinesi erano pochi, non davano nell’occhio e il ristorante era sempre strapieno. Oggi di ristoranti ce ne sono a decine ma non ci va nessun pratese».

Nel giro di due decenni la presenza cinese è esplosa a Prato. Nel 1990 i cinesi residenti erano 520 mentre 12 anni dopo oltre 15mila (che con i clandestini raddoppiano, come minimo). Quel ristorante amato dai pratesi non c’è più, ma il centro storico è preso d’assalto da locali e negozi cinesi dove, almeno in molti, non ci sono clienti. E la tragedia dei sette morti bruciati nel capannone di via Toscana riaccende il fuoco delle polemiche. «Schiavi? E’ una questione tutta loro», dice una signora, in un bar vicino a piazza Duomo. Incalza un signore di mezza età: «Macché chiudere i capannoni. Bisogna buttarli fuori da Prato».

Osserva Alberto Magnolfi, consigliere regionale del centrodestra e ex vicesindaco socialista di Prato, anni Ottanta: «Io li ricordo ancora i discorsi della sinistra e del sindaco Fabrizio Mattei. Ci accusavano di razzismo. L’errore è stato quello di affrontare la questione in termini di ospitalità. Anche la Chiesa, che poi si è corretta, ha avuto un approccio che potremmo definire buonista. E così il fenomeno è esploso, è diventato difficilmente gestibile». Tanto che Prato, città dalle forti tradizioni operaie e di sinistra, nel 2009 è passata nelle mani del centrodestra guidato dall’industriale Roberto Cenni.

Le responsabilità della sinistra. Vero che avete chiuso un occhio e da un piccolo neo avete consentito che il problema cinese diventasse un bubbone? Lo chiediamo a Claudio Martini, ex presidente della Regione Toscana ed ex sindaco di Prato, dal 1988 al 1995: «E’ difficile negare che non ci sia stata una nostra sottovalutazione del fenomeno. Quando ero sindaco io i cinesi erano pochi. Divennero un problema a metà degli anni Novanta. Ricordo che già nel mio ultimo bilancio cominciammo a chiederci come affrontarlo».

Non era facile, ricorda Martini. Perché bisognava capire a chi creasse problemi la presenza cinese. Una parte del mondo tessile in crisi vi trovò una sponda. «C’erano molti artigiani che chiudevano e i cinesi compravano i loro capannoni. Il disagio invece lo avvertivano i ceti popolari che si sono sentiti sradicati dalla presenza tumultuosa dei cinesi. E noi, la sinistra, questo abbiamo faticato a capirlo», osserva l’ex presidente della Regione.

Ora et labora. Già, i primi cinesi. Bussiamo alla porta di don Paolo Baldanzi, parroco dell’Ascensione, una parrocchia di via Pistoiese, la strada dei laboratori cinesi. Qui fino a qualche anno fa operava padre Din Xiao Guang che, dicono, sapesse tutto dei suoi connazionali cinesi. Racconta don Paolo: «Molti anni fa si contavano sulle dita di una mano i cinesi cattolici. Poi ne abbiamo battezzati undici e oggi abbiamo un bel gruppo di cinesi. La loro fede? Sono tradizionalisti e rigorosi. Se alla messa si canta loro sono i più bravi. E quando pregano sono concentrati. Può scoppiare una bomba vicino ma loro non si spostano. Continuano a pregare». Tutto chiesa e capannoni, insomma.

In realtà i primissimi cinesi si sono insediati vicino a Prato, a Campi Bisenzio, San Donnino, Brozzi. «Apparivano timidi, riservati, attenti a non urtare la suscettibilità dei “padroni di casa”. Quasi cercando di farsi invisibili. Mi colpivano la considerazione e il rispetto assoluto che i genitori avevano verso la scuola, l’impegno scolastico e la disciplina che la grandissima parte degli alunni cinesi dimostrava. La scuola per loro era il regno delle regole. Lo stesso atteggiamento lo dimostravano gli adulti che spesso avendo lavorato la notte frequentavano con serietà e diligenza i nostri corsi di alfabetizzazione», ricorda Mauro Sbordoni, ex direttore didattico di Campi.

Chi comanda e chi guadagna. C’è chi sostiene, a torto o a ragione, che lo sbarco dei cinesi coincida con la crisi del tessile e l’imborghesimento di molti pratesi. Prato nel 1951 aveva 77.631 abitanti e nel 1971 oltre 143mila. Un dinamismo demografico che è frutto della vitalità economica. «In breve e un po’ a cazzotto: le macchine hanno continuato a girare. Prima la manodopera a basso costo era rappresentata dai pratesi e dagli immigrati meridionali, poi sono arrivati i cinesi. La politica certamente poteva fare di più, ma la giostra l’hanno fatto girare i committenti piccoli e grandi griffe. Se tu vendi un pantalone a dieci euro è chiaro che ci devono essere dei sottopagati che te lo producono a un euro», spiega Andrea Lulli, ex parlamentare e ex assessore pratese. Che accusa: «Quando da assessore, alla fine degli anni Novanta, facevo fare i controlli era come un buco nell’acqua. Le macchine erano in leasing e i cinesi si spostavano altrove. Non c’è dubbio che dietro i cinesi ci sono sempre stati anche fior di professionisti».

Tra regolari e clandestini oggi i cinesi si stimano che siano 30-40mila. Una città nella città. Che produce l’11% del Pil dell’economia pratese e manda in Cina 4 miliardi l’anno. Terreno fertile, insomma, per i tentacoli delle organizzazioni mafiose. «Purtroppo la sola risposta repressiva ha fatto sì che molti lavoratori cinesi per proteggersi si siano affidati alla mafia. E la questione si è fatta ancora più complessa, ingarbugliata», conclude Lulli.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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