Il Tirreno

Livorno

Per sognare al cinema serve senso di realtà

Simone Lenzi

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Scrivo questa nota dal Film Festival di Torino, dove ho avuto la gioia di vedere, fra le molte cose, centinaia di persone in fila per godersi in anteprima un film indiano che non verrà mai distribuito, ad esempio, nei multisala di Porta a Terra. E rifletto su Torino. "Prendi Torino, ad esempio…" mi dico.
Lo so che è imparagonabile per dimensioni e risorse, ma, ripeto, è solo un esempio. Senza internet per controllare, dico le prime cose che mi vengono in mente.
1990: Ronconi mette in scena Kraus al Lingotto.
Una ex fabbrica diventa un grande teatro: un evento simbolico non da poco.
Alla fine di quel decennio infatti arriva il restauro della Venaria Reale.
A partire dagli anni novanta, insomma, i torinesi capiscono che non possono più vivere esclusivamente di Fiat e indotto.
Così si impuntano per le Olimpiadi Invernali, e con quelle arrivano altri soldi.
Nel frattempo il Museo del Cinema trova sede nella Mole Antonelliana.
A partire da allora, insomma, i torinesi mostrano a se stessi e al mondo che hanno altre risorse, altre vocazioni.
Che non resteranno lì ad aspettare che venga un tizio con un bel pullover a delocalizzargli il futuro a Detroit.
Comincia il recupero di interi quartieri: San Salvario, ad esempio, da zona di spaccio e piccola delinquenza, diventa una piccola Rive Gauche, piena di ristoranti, locali dove si suona, librerie.La Vanchiglia, ma anche il quartiere oltre la Dora, sembrano oggi destinate alla stessa trasformazione. Puntano sulla cultura, in tutte le forme, compresa quella del cibo.
Eataly è la prima cosa che viene in mente, ma ce ne sono tante altre.Ieri, per dire, ho pranzato da M**Bun (gli asterischi stanno per 'ac': hanno dovuto metterceli dopo che McDonald's gli aveva fatto causa, anche se in dialetto torinese Macbùn significa semplicemente 'ma che buono!'), un fast food di qualità, dove fanno hamburger di Fassona e vere patatine fritte.
Ma per tornare da dove sono partito, il Torino Film Festival si fa da trentuno anni, in una città che nella percezione degli italiani non è più solo "la città della Fiat", ma è diventata soprattutto quella del Salone del Libro, quella della scena musicale dei Subsonica, quella del Museo del Cinema, quella degli splendidi caffè dove ti trattano con gentilezza, quella del famoso Museo Egizio, quella dello sport, quella dove si mangia bene.
Credo che il senso della realtà cui si appellava Virzì nel tweet che ha fatto tanto discutere fosse questo.
Perché prima di sognare al cinema, la realtà impone che si cerchi di capire qual è la vocazione di un territorio.Che si abbia una visione, insomma.
Poi che si insegua questa visione con coerenza, legislatura dopo legislatura, scelta dopo scelta.
Quella della riapertura di due sale cinematografiche nella ex galleria della Gran Guardia in via Grande, intanto, è sicuramente una buona notizia.
Il primo piccolo passo nella giusta direzione di un cammino lunghissimo.
Dopo aver girato a vuoto per troppi anni.

 

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