Il Tirreno

Livorno

Nei capannoni i nuovi schiavi da un euro all’ora

di Mario Lancisi
Nei capannoni i nuovi schiavi da un euro all’ora

Prato, il viaggio nelle aziende dormitorio dove i vetri sono verniciati per non farsi vedere da fuori

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PRATO. L’odore acre del fumo e il vento furioso prendono l’anima mentre viene deposta per terra una nuova bara che attende il suo corpo bruciato nella fabbrica dormitorio di via Toscana. L’azienda devastata aveva un dolce nome italiano, Teresa moda, ma era cinese. Faceva parte di un capannone in cui si trovano altre aziende del pronto moda. Le insegne colpiscono per i colori rosa e giallo e le insegne in cinese che seguono ai nomi di Good Luck, Raymon Fashion, Tintoprin, Free style, My Lucky.

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I bottoni nella cenere. Da un lato del capannone ci sono i camion dei vigili del fuoco, la ressa dei giornalisti, un cadavere coperto da un lenzuolo (si vedono solo i piedi divaricati e anneriti), rotoli di stoffa e un’infinità di bottoni annegati nell’acqua e nella cenere.

E, raggruppati come in un alveare, un gruppo di cinesi guardano fissi sul punto dell’incendio, da dove estraggono i morti, ma non piangono. «Li conoscevate?». Chi si volta dall’altra parte, chi scuote il capo nervosamente in segno di no.

Un pantalone a mezzo euro. Dall’altro lato del capannone, dove arrivano i Tir da mezza Europa, da Parigi, Madrid, Germania, si vendono le confezioni a prezzi irrisori. Un pantalone, pagato a chi lo produce mezzo euro, viene rivenduto dai negozianti del pronto modo a quattro-cinque euro e poi nei negozi anche a dieci-quindici euro.

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Un euro all’ora. Già queste cifre danno l’idea di cosa sia il sistema produttivo cinese a Prato: gli operai delle confezioni, spiega l’assessore pratese Aldo Milone, sono i nuovi “schiavi” del terzo millennio, guadagnano un euro all’ora, come ha denunciato Yan, il cinese che per primo ha denunciato lo schiavismo dei suoi connazionali. Mentre quelli del Pronto moda - i committenti - sono i commercianti, i cinesi ricchi. Grosso modo i primi sono l’80% e i secondi il 20%.

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E qui, nel capannone della morte, li riconosci, i ricchi, dalle auto: Mercedes, Volvo, Audi, Porsche, potenti fuoristrada. Per terra però c’è sporcizia, degrado: scatoloni vuoti, bottiglie di acqua minerale, neon rotti, pacchetti di sigarette, barattoli di vernice. Da un lato del capannone c’è il fumo e il lutto. Dall’altro un discreto viavai di macchine, i titolari che entrano dentro a fare i conti. Proviamo a sbirciare, ma ci sbattono la porta in faccia.

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Muti e ostili. Siamo al Macrolotto 1 di Prato, la zona industriale ideata negli anni ’80 per trasferirvi le aziende tessili dal centro della città. Là dove c’erano le più belle fabbriche di tessuti e filati del distretto oggi ci sono decine di aziende cinesi del pronto moda che sfornano abiti e magliette per pochi euro.

Di domenica il Macrolotto 1 è una landa deserta. «Sa dove è via Toscana?», chiediamo ai pochi cinesi che incontriamo. Tutti scuotono la testa. Muti, diffidenti, forse ostili. Finalmente un bar. Entriamo. Non ci sono paste, panini, solo bibite, caffè, zero clienti. Il barista cinese parla bene l’italiano: «Questa è via Toscana», risponde mentre sul cellulare clicca le notizie sulla tragedia. «I morti? Non li conosco», risponde. Accanto al bar la sede della Confartigianato e di due banche, Unicredit e Cassa di Risparmio di San Miniato. Difronte aziende aperte di domenica con file lunghissime di pantaloni e maglie esposte alla vendita.

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Già le banche, i soldi. Milone racconta che le aziende cinesi sono 4.500, di cui 3.500 lavorano nelle confezioni. Un fatturato di 6 miliardi. Dal 2006 ad oggi la Guardia di Finanzia ha riscontrato più di 4 miliardi di evasione fiscale. «All’anagrafe i cinesi sono 14mila, 8.500 sono soggiornanti temporanei e, secondo le nostre stime, almeno 20mila sono i clandestini. Negli ultimi anni abbiamo fatto oltre 1200 controlli e per ogni capannone visitato e sequestrato ci sono almeno 10-15 cinesi clandestini», spiega l’assessore.

I nuovi schiavi. I clandestini, sono loro i nuovi schiavi. Arrivano dalla Cina con tanto di permesso di soggiorno, che costa 6-7 mila euro. Finché uno non li ha scontati con il lavoro non esce dal capannone, è come prigioniero, 24 ore su 24. L’azienda è quasi un lager. «Molti di questi cinesi sono vittime del racket cinese e vivono senza diritti», sottolinea il presidente della Regione Enrico Rossi.

Non vedono mai il sole. Entriamo in uno di questi capannoni, e colpisce intanto la luce accecante dei neon, la stessa delle carceri. Le vetrate sono verniciate perché nulla filtri all’esterno. I lavoratori non vedono mai il sole, la luce, le montagne, l’orizzonte. Almeno i prigionieri hanno qualche ora d’aria. Loro no. Sono come polli in batteria: lavorano e basta.

Topi e loculi da un metro. Le condizioni igieniche sono da bidonville: topi morti a due passi dalla cucina, odore di friggitoria, gabinetti sporchi, maleodoranti. Poi macchine da cucire e per stirare collegate da fili elettrici che ballano. Sopra sono sistemati dei soppalchi con loculi da un metro dove donne e uomini dormono. Tante le cicche per terra. Fumano e lavorano, i nuovi schiavi di Prato.

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In molti di questi capannoni, affittati dai pratesi anche a 30-50 mila euro al mese, ci sono dei box per rinchiudere i clandestini quando arrivano le ispezioni. Il lavoro è a cottimo e può protrarsi anche per 15-16 ore. Le buste paga rinvenute dalla polizia oscillano da 268 a 285 euro al mese (lorde). Per i lavoratori assicurati.

La ricchezza prodotta in questi capannoni finisce in Cina - si calcola almeno un miliardo all’anno -, ma forse anche nel riciclaggio. «Basta vedere quanti locali sono in mano ai cinesi e non si vede l’ombra di un cliente», sottolinea Milone.

Ti amo, Guido. Due immagini restano impresse alla fine del nostro viaggio nei capannoni dello schiavismo, del racket e della morte. La prima è il muro di un parcheggio, proprio in via Toscana. E’ l’unica scritta in italiano: «Guido, ti amo, sei la mia vita». L’altra è quello di un poliziotto che si china per rincuorare una giovane donna cinese che piange per il parente morto. Immagini che gettano luce e speranza. Oltre i capannoni-lager. E che forse potrebbero aiutare Prato, che di fronte alla tragedia torna a dividersi tra chi predica la tolleranza zero e integrazione, a trovare il bandolo della sua ossessione cinese.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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