Il Tirreno

Livorno

IL COMMENTO / Il lutto e il diritto alla legalità

di CARLO BARTOLI

"Questa volta Prato ha deciso di fermarsi. La morte di quei sette operai cinesi non può essere guardata con il cinico distacco di chi pensa che se la sono cercata"

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Questa volta Prato ha deciso di fermarsi. La morte di quei sette operai cinesi non può essere guardata con il cinico distacco di chi pensa che se la sono cercata, quella morte.

Le fiamme, il fumo, le urla, la disperazione, il continuo scavare e ritrovare via via brandelli di vita e di corpi, il pianto disperato dei parenti: troppo per far finta di nulla. C'è voluta questa apocalisse di fuoco, di schiavitù, di dolore, di diritti negati, di speranze annichilite da una vampata per rompere quella barriera di fastidio e di insofferenza. Ma anche di ipocrisia, quasi che questa città fosse popolata di invisibili. Invisibili gli schiavi cinesi, invisibili i proprietari di questi capannoni degradati e malandati trasformati in polveriere di sudore.

Il lutto cittadino verrà proclamato. Una scelta dovuta, quasi obbligata, potremmo dire, anche se una fetta di Prato manifesta ancora sentimenti che non vorremmo sentir aleggiare in una città che dello spirito di sacrificio, della dignità del lavoro ha fatto la propria forza, il proprio orgoglio. Il lutto cittadino, che non venne proclamato per la tragedia delle tre donne cinesi annegate in un sottopasso, può essere un'occasione per ripensare al rapporto con l'ingombrante colonia cinese. Il dolore, l'umana pietà, lo sgomento a volte possono sciogliere nodi che la ragione aggroviglia, che la politica, l'ideologia, il perbenismo e il buonismo non riescono a sdipanare.

Un pezzo di Prato è cinese. Un pezzo, sempre più vasto, del futuro di Prato è cinese. I pratesi non possono non rendersene conto. Ma quel pezzo di Prato, proprio perché così vasto e importante, non può continuare così. A vivere, lavorare, morire così. Di via Toscana ce ne sono cento e la comunità cinese, i suoi vertici, le sue istituzioni, i suoi riferimenti culturali, istituzionali e religiosi non può far finta di niente.

Il nero, la concorrenza sleale, l'evasione fiscale, l'uso di beni e servizi della città senza comparteciparne le spese sono una ferita che non può non essere sanata. E la tragedia di ieri dimostra che i controlli, le verifiche, i blitz devono essere fatti. Il buonismo di ieri non ha pagato. Ma neppure la mano dura, da sola, può sciogliere questo groviglio. La sfida di Prato, il suo futuro stanno tutti in una sola scommessa: il superamento di vecchie e nuove ideologie, la capacità di impostare vecchi problemi in modo nuovo. Certo, serve una mano dura, perché sulla legalità nessuno può offrire sconti a chicchessia, il rispetto delle regole è un valore fondativo del vivere civile, ma serve anche un occhio acuto, attento a cogliere tutte le occasioni di dialogo e di confronto anche rude e serrato. L'apocalisse di fuoco e di dolore di via Toscana, un secondo caso Thyssen, serva almeno a smuovere Prato, scuota il tatticismo di chi affronta anche queste tragedie pensando solo all'utile da trarne in termini politici. Per uscire dal vicolo cieco del rifiuto o della supina accettazione serve un cambio di passo. Facile a dirsi, probabilmente. Ma forse le cose più difficili, se si gratta con ostinazione la superficie, talvolta assomigliano a quelle più semplici. Ed è il caso di cominciare proprio dalla giornata di lutto cittadino che deve unire le due comunità.

Adesso serve lasciare spazio alle emozioni, ai sentimenti, all'umanità che trabocca da questa città che è riuscita a vincere sfide impossibili e che ha ancora nel suo seno energie e intelligenze straordinarie.

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