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Livorno

Bizzarrini, Lampredi e gli altri: l’auto ha il cuore amaranto

LIVORNO. I fratelli Favilla dal cuore amaranto doc non sono gli unici livornesi nell’industria dell’auto. Anzi, si potrebbe dire che se è questo il settore-chiave delle fabbriche manifatturiere del...

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LIVORNO. I fratelli Favilla dal cuore amaranto doc non sono gli unici livornesi nell’industria dell’auto. Anzi, si potrebbe dire che se è questo il settore-chiave delle fabbriche manifatturiere del nostro territorio lo si deve forse a un know how diffuso che poi ha anche espresso eccellenti individualità. Ma, al di là dei singoli, vale la pena di ricordare che la Spica, prima in zona Coillinaia e poi in via Enriques, prima di essere inghiottito dalla Fiat è stato uno stabilimento all’avanguardia nell’ammodernamento di prodotto. La guidava Marco Padella, ora al timone di Compolab, un centro ricerca nato al Picchianti dall’alleanza fra enti locali, Confindustria e Regione (quest’ultima ne ha fatto il polo regionale di innovazione meccanica).

Favilla ricorda di aver incrociato numerosi livornesi in Alfa Romeo con incarichi di responsabilità: come Ivo Colucci, direttore della progettazione carrozzerie; come Ilio Masoni, direttore della progettazione motori; come Giacomo Livings, responsabile acquisti (« dopo 25 anni non aveva perso una virgola dei modi di dire livornesi»).

Inutile dire, però, che sono quelli di Giotto Bizzarrini e di Aurelio Lampredi i nomi scritti nei libri che raccontano la storia dell’industria dell’auto.

Bizzarrini, classe 1926, dice di sé: «Sono un bravo collaudatore». È il segno del rapporto direttissimo con la macchina: sull’asfalto prima ancora che nei cieli dell’autocad. È straordinario il fatto che lui, padre di Ferrari Testa Rossa, 250 Gt, Gto e del V12 Lamborghini, a distanza di mezzo secolo sia oggetto di culto in tutto il mondo: tant’è che una supercar svedese datata 2006 è stata chiamata Bebi Quercianella in suo onore. E di recente l’università di Firenze lo ha voluto come testimonial del nuovo corso di design.

Non da meno è Aurelio Lampredi, anche lui progettista-simbolo in Ferrari e in Fiat (124) prima di arrivare al timone della Abarth.

Franco Scaglione è un nome alfista molto caro a Favilla: fiorentino sì, ma poi diventato mezzo livornese d’adozione (gli ultimi 12 anni li ha vissuti a Suvereto). È il genio tutto da riscoprire del design made in Italy del dopoguerra fino agli anni ’80.

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