Sicurezza
Il mio rosso è nato prima della cantina
La sfida del terzo millennio è a Terricciola, dove il re dello spumante Ferrari percorre le rotte dell’eccellenza
Ogni tanto Marcello Lunelli, spinto da una consapevolezza che ha il peso della verità assiologica, scherza con i sommelier: «Se fosse per noi, restereste senza lavoro...». Tradotto in termini correnti, significa che uno dei discendenti della più blasonata famiglia spumantistica italiana ammette l'associazione delle bollicine a ogni piatto. La qual cosa, per mero sillogismo, renderebbe superflua la mistica dell'abbinamento e i suoi sacerdoti. I sommelier, appunto, ai quali resterebbe solo da prendere atto che le undici etichette della casa vinicola Ferrari di Trento sono tali e tante da rispondere in partenza alle esigenze enogastronomiche di ogni specie.
Ma se così fosse, per quale ragione investire in Toscana ed esattamente a Terricciola, punto intermedio tra Bolgheri e il Chianti, solo per fare vino rosso? Perché, passando dallo scherzo alle cose serie, in casa Lunelli il vino rappresenta (quasi) l'unico business. Su di esso si punta per spirito e competenza imprenditoriale, senza che ciò rappresenti la semplice diversificazione di un investimento proficuo. «Noi nella vita facciamo vino, lo sentiamo come parte della nostra stessa esistenza - sottolinea Marcello Lunelli -. Rispettiamo il territorio, anche per questo dal 2012 le nostre produzioni sono biologiche». E del resto la tenuta di Podernovo contiene in sé la tradizione vinicola delle colline pisane e il sogno futuribile d'inizio Millennio, quando la soft economy era parola d'ordine e la Toscana terra da bere. Le tracce del felice connubio si trovano ovunque, dalle pietre in facciavista da cui è rivestita la cantina alla rosa dei venti sul pavimento dell'avveniristica tinaia, dalla sobria linearità della barriccaia ai vigneti che circondano sui quattro quadranti i fabbricati principali. L’ispiratore dell’appendice toscana dei Lunelli e da oltre un decennio curatore e custode del loro progetto, è l’enologo Corrado Dalpiaz, direttore della tenuta di Podernovo, che da ragazzo frequentava l’istituto agrario di San Michele dell’Adige assieme a Mauro Lunelli, zio di Marcello e inventore del Giulio Ferrari Riserva del Fondatore, una delle bottiglie su cui si è imperniata la riscossa vinicola nostrana.
Il fuoriclasse degli spumanti italiani nacque dai vitigni sulle alture di Trento, per sfida e per prova. E quando ne fu stappata la prima bottiglia, fu una sorpresa: nessuno della famiglia Lunelli sapeva della sua esistenza. Nessuno tranne Mauro, che nel 1972 tornò da un viaggio nello Champagne munito della consapevolezza che le bollicine devono invecchiare a lungo. Per questo, in silenzio, vinificò in proprio le uve chardonnay raccolte nel vigneto Maso Pianizza, ubicato sulle alture di Trento a un’altezza di 5-600 metri in mezzo a un bosco. Vinificò e nascose le bottiglie, vendemmia dopo vendemmia (ad eccezione delle annate 1973 e 1977), senza che i fratelli Franco, Giorgio, Gino e Carla venissero a saperne qualcosa. Otto anni dopo, nel 1980, organizzò una riunione di famiglia per svelare il piccolo grande mister. o che lui aveva custodito nell’inviolabile cassaforte rappresentata dal proprio animo, decretando la nascita del più grande spumante italiano, capace di competere con i più blasonati francesi dopo una maturazione decennale sui lieviti.
Fu così che nacque il Giulio Ferrari, pietra miliare nella rivoluzione vinicola del Balpese assieme a poche altre bottiglie, in primis il Sassicaia dei marchesi Incisa. Nome diverso, a dire il vero, mai avrebbe potuto averlo. Fu infatti il signor Giulio Ferrari a cedere nel 1952 la sua azienda a Bruno Lunelli, nonno di Marcello, che fin dal 1929 aveva aperto una bottiglieria, o meglio un negozio di generi coloniali, in largo Carducci a Trento. Ferrari era tra i suoi clienti e fornitori: «Quando mio nonno lo spediva a prendere 12 bottiglie, mio padre Franco ne portava indietro solo 4 - ricorda Marcello Lunelli -. Ferrari gli diceva che era vino, non gazosa». Lui, il signor Giulio, sapeva quel che diceva. Eccome: nel 1902 fondò le cantine Ferrari e si mise a fare spumante. Poteva già definirsi un esperto, dopo aver fatto il ragazzo di bottega al recoltant Pierlot, produttore nello Champagne. Ed ebbe l’intuizione giusta, provando a impiantare quella varietà sconosciuta nel terreno calcareo di Trento, dove l’escursione termica tra giorno e notte gli pareva giusta per dare struttura e aromi al vino. Più di 70 anni dopo lo chardonnay fu iscritto al registro delle varietà italiane ma ancor prima, nel 1952, Giulio Ferrari mise in vendita le proprie cantine con tre clausole per l’acquirente: mantenere la sede a Trento, conservare la denominazione Ferrari e garantire la sua presenza in qualità di cantiniere. «Così Bruno Lunelli si fece avanti per acquistare tutto al prezzo di trenta milioni di lire, pari a cinque anni di fatturato del suo negozio. - aggiunge Marcello -. Il signor Giulio ribatté che il pregio di mio nonno erano i cinque figli, ma aveva il difetto di non capire nulla di vino. E rimase fino al 1965, per insegnarci».
Saga, bollicine e scherzi sui sommelier a parte, la diversificazione produttiva è oggi l’elemento che più qualifica l’attività dei Lunelli in campo vinicolo. La propaggine umbra di Montefalco e quella toscana di Terricciola lo confermano. A Podernovo, podere risultante dallo smembramento del latifondo appartenente al principe Aldobrandini, quindi a Giulia Maria Crespi e ai fratelli svizzeri Luder che vi realizzarono un allevamento di cavalli arabi, a Podernovo regna il sangiovese. La varietà regina della Toscana è prevalente, seppure in percentuali diverse, sia nell’Aliotto che nel Teuto, le uniche due etichette sfornate ogni anno nella quantità di 150mila bottiglie. Sono vini eleganti, che Corrado Dalpiaz ha concepito senza emulare la muscolarità di certi supertuscan né la dominanza del rovere che tanto piaceva solo pochi anni fa. Anzi, il legno è talmente ben dosato da risultare impercettibile. Due bei vini, insomma, anche se Marcello Lunelli non fatica ad ammettere che qualcosa, ancora, deve maturare: «Gli impianti sono giovani, però s’intravedono grandi potenzialità. Su queste colline possiamo avere rossi dal corpo bolgherese ma di un’eleganza chiantigiana».
L’avveniristica cantina, tra le più belle della Toscana, racconta già le sue storie, quelle storie che solo il mondo del vino sa narrare. Come l’impresa della prima vendemmia del Teuto nel 2001, quando le uve furono raccolte, incassettate nei carri refrigerati e portate a Trento per la vinificazione. Il vino era nato prima della cantina. E a berlo oggi, stappando una di quelle bottiglie mai in commercio, regala sensazioni di velluto, inconcepibili a chi pensa che il mondo e la vita degli uomini stiano tutte nel cyberspazio del web 3.0.
@amvalentini
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